Robert Smythe Hichens.
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IL GIARDINO DI ALLAH.
Parte 3.
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1932. A. Salani Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice di questa parte.
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LIBRO QUINTO. LA RIVELAZIONE.
LIBRO SESTO. IL VIAGGIO DI RITORNO.
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Fine Indice.
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IL GIARDINO DI ALLAH.
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"Solo il Creatore ed io, Conosciamo il cuor mio...."
Canto del Sahara.
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IL GIARDINO DI ALLAH.
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LIBRO QUINTO.
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LA RIVELAZIONE.
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Essi rimasero in piedi all'apertura della tenda, col lume di luna che splendeva intorno a loro. L'accampamento era immerso nel sonno, ma ancora giungevano a loro motivi di musica dalla citt sottostante, e qualche pi debole suono dalle tende delle donne accampate a mezzogiorno sulle colline di sabbia. Quando Domina ebbe parlato, Androvsky fece un passo verso di lei, la guard, poi indietreggi e abbass gli occhi. Se avesse seguitato a guardarla, sapeva che non avrebbe potuto cominciare a parlare.
Domina, egli disse, io non cercher di scusarmi per quel che ho fatto; io non dir a voi quel che non oso dire a Dio: "Perdonatemi." Come pu essere perdonata una tal cosa? Non poca della tortura da me sofferta  appunto la cognizione della imperdonabile natura del mio atto; esso non pu essere ormai cancellato: nereggia per sempre sul libro dei conti che dovr rendere; ma io mi domando se voi potrete comprendere; vorrei che comprendeste, Domina, ci che mi ha reso quello che sono, un rinnegato, uno spergiuro, un mentitore dinanzi a Dio e a voi: fu l'ardore della vita che irruppe in me dopo tanti anni di tranquillit; fu lo svegliarsi della mia natura dopo tanti anni di sonno. E voi.... voi comprendete l'ardore della vita che in qualcuno di noi  come un mostro che vuol dominare, che deve averla vinta. Perfino voi, nella vostra purit e nella vostra bont, lo avete, quel disperato desiderio di vivere veramente e pienamente come abbiamo vissuto insieme, Domina: poich noi abbiamo davvero vissuto nel deserto; noi cominciammo a vivere quella notte ad Arba quando sedemmo e vegliammo aspettando lo spengersi del fuoco, ed io premevo la vostra mano sulla terra; abbiamo vissuto allora. Perfino adesso, quando ripenso a quella notte, posso appena provar rammarico di ci che ho fatto, di ci che sono.
A questo punto alz lo sguardo su Domina e vide che ella aveva gli occhi fissi nei suoi. Ella stava immobile, a mani congiunte; il suo aspetto era calmo; nel suo volto non appariva l'angoscia; egli non pot leggere in lei alcun pensiero, alcun sentimento ch'ella avesse nel cuore.
Voi dovete comprendere, egli disse quasi con violenza, voi dovete comprendere, altrimenti io.... Mio padre, come vi dissi, era russo; egli fu educato nella chiesa greca, ma divenne libero pensatore quando era ancora molto giovane; mia madre era inglese e ardente cattolica: lei e mio padre si volevano un bene dell'anima, nonostante la diversit delle loro idee. Forse il principale effetto della mancanza di fede in mio padre fu di render mia madre pi salda nella sua, di accrescerne l'ardore; io credo che gli atti d'incredulit spesse volte fomentino la fede nelle donne, ne facciano guizzare pi vivamente la fiamma. Mia madre cerc di credere per se stessa e anche per mio padre, e, per quel che potevo capire, vi riusc. Egli mor molto tempo prima di lei, e senza cambiare affatto idee nemmeno dinanzi alla morte. Poco prima di spirare egli disse a mia madre che era sicuro non c'era un'altra vita, e ch'egli tornerebbe alla polvere; e il suo addio fu angoscioso perch egli era certo di non ricongiungersi pi a mia madre.
"In quel tempo io ero un ragazzetto, ma mi ricordo che, quando egli fu morto, mia madre mi disse: "Boris, prega tutti i giorni per tuo padre; egli vive ancora." Non disse altro, ma io corsi su per le scale piangendo, caddi in ginocchio e pregai, cercando di pensare dove fosse mio padre e come potesse essere allora. E in quella preghiera per mio padre, che era anche un atto di obbedienza a mia madre, credo di aver fatto i primi passi verso la vita monastica, poich ricordo che fui per la prima volta conscio di un gran senso di responsabilit. Il comando di mia madre mi fece dire a me stesso: "Dunque la mia preghiera pu aver qualche effetto in cielo; forse una mia preghiera pu indurre il Signore a far qualche cosa che avanti Egli non aveva desiderato di fare." Fu questo un tremendo pensiero, e mi eccit terribilmente. Mi ricordo che le gote mi bruciavano mentre pregavo, e che ero tutto caldo come se avessi corso al sole. Da quel giorno parve che mia madre ed io fossimo assai pi uniti di quel che non eravamo stati prima. Io avevo un fratello gemello che amavo e che mi amava; ma anche lui prese la via di mio padre: le cose religiose, le cerimonie, la musica in chiesa, le processioni, le attrattive del culto esterno della Chiesa cattolica, che allettano e stimolano la gente che ha poca fede, eran per lui cose vane: tutta la sua attenzione era rivolta alla vita del presente; egli era buono con mia madre e le voleva un gran bene, come lo voleva a me, ma non presumeva mai di essere quel che non era; e non fu mai un cattolico; non fu mai nulla.
"Mio padre era venuto a stabilirsi in Affrica perch la sua salute richiedeva un clima caldo; aveva del denaro, e compr grandi estensioni di terreno per la cultura della vite; anzi, invest addirittura tutto il suo patrimonio in terre. Io vi dissi gi, Domina, che le viti furono divorate dalla fillossera, per cui la maggior parte del denaro fu perduta. Quando mor mio padre, noi rimanemmo molto poveri; menavamo una modestissima esistenza in un piccolo villaggio; ve ne dissi anche il nome, Domina, e vi raccontai anche quella parte della mia vita; tutto osai raccontare, Domina; ma ora.... perch entrai nel monastero? Io ero molto giovane quando feci il noviziato: avevo precisamente diciassette anni. Voi pensate di certo, Domina, che io ero troppo giovane per sapere che cosa facevo, che non avevo vocazione, che ero disadatto per la vita monastica: cos sembra, cos potrebbero pensare tutti quanti. Eppure.... come posso dirvelo? Perfino adesso io sento che la vocazione io l'avevo, che ero adatto ad entrare nel monastero, che potevo essere un frate fedele e devoto. Certo, mia madre desiderava quella vita per me, ma la desideravo anch'io, la desideravo con tutto il cuore. Io non sapevo nulla del mondo; la mia giovinezza era stata di assoluta purit; e non agognavo a cose ignote. L'influsso di mia madre su me era forte, ma ella non mi costringeva a nulla; forse il mio amore per lei mi spinse pi di quel che non sapessi, mi trasse alla porta del monastero. Tutta la passione della sua vita, la passione umana, era stata mio padre; dopo ch'egli fu morto, la sua passione fu di pregar per lui. Il mio amore per lei mi fece condividere quella passione, e il condividerla mi condusse a farmi frate. Io divenni come un fanciullo, pieno di devozione. Oh, Domina.... credetelo.... io amavo la preghiera.... l'amavo....
La sua voce si spezz. Quando egli smise di parlare, Domina ud ancora la musica in citt; e si ricord che di prima notte le aveva fatto pensare alla musica di un gran festino.
Io risolvetti di entrare nella vita della preghiera, nella pi perfetta vita della preghiera; risolvetti di farmi frate. Mi pareva che cos potrei provare nel modo pi bello il mio amore per mia madre e, nel modo pi forte, esserle di aiuto. La sua vita era tutta di preghiere per il mio defunto padre e amore per i suoi figli; col dedicarmi alla vita della preghiera io potevo dimostrarle che ero pari a lei, quale ella mi aveva fatto, vero figlio delle sue viscere. Potete voi comprendermi, Domina? Amavo appassionatamente mia madre, proprio appassionatamente. Mio fratello cerc di dissuadermi dalla vita monastica; egli si era dato al commercio in Tunisi, e avrebbe avuto piacere che mi fossi unito a lui; ma io fui irremovibile: mi sentivo attratto verso il chiostro come altri uomini spesso si sentono attratti al vizio: l'inclinazione era irresistibile, e dovetti cedervi. Dovevo dare l'addio a mia madre; vi ho gi detto, Domina, con quanto ardore l'amassi, e tuttavia mi sentii ben poco triste nel separarmi da lei; forse ci vi far capire come io fossi allora: mi pareva proprio che mia madre ed io dovessimo essere pi strettamente congiunti quando io avessi rivestito l'abito di frate. Non vedevo l'ora d'indossarlo; andai al monastero di El-Largani e vi entrai come novizio dell'ordine della Trappa. Pensavo che nel gran silenzio dei Trappisti vi fosse maggior adito per la preghiera. Quando lasciai il mio tetto e andai ad El-Largani, non presi con me che un tesoro, Domina: era il crocifissino di legno che appuntaste nella tenda ad Arba: me lo aveva dato mia madre, e mi era permesso tenerlo: ogni altro bene materiale, naturalmente, dovevo abbandonarlo.
"Voi non avete mai veduto El-Largani, il mio asilo per diciannove anni, la mia prigione per un anno.  solitario, ma non desolato; sorge su un elevato altipiano, e guarda il mare; a parecchia distanza vi sono montagne. Il suolo era un deserto; i monaci lo hanno cambiato, se non in un Eden, per lo meno in un ricco giardino. Vi sono vigne, campi di grano, orti, quasi ogni albero fruttifero che prospera in quei luoghi. Le sorgenti di acque dolci vi abbondano. Non molto lungi dal monastero v' un grande villaggio per gli agricoltori spagnuoli di cui i frati sorvegliano i lavori nei campi; poich la vita di trappista non  soltanto una vita di preghiera, ma una vita di diligente lavoro. Quando io entrai novizio, non lo avevo capito bene, mi pareva di dovere star sempre in ginocchio: invece mi trovai di continuo nei campi, al sole, nel vento, nella pioggia quando eravamo d'inverno, a lavorare come gli agricoltori, e spesso, quando entravamo nella lunga e rozza cappella per pregare, mi accadeva, poich ero poco pi che ragazzo e mi sentivo stanco, di chiudere gli occhi mentre mi trovavo nel mio stallo, e di udire appena le parole della messa o della benedizione. Ma mi ero ripromesso la felicit a El-Largani, ed ero felice. Il lavoro giova al corpo e ancor pi all'anima; e il silenzio non era duro a sopportare. I Trappisti hanno un libro di gesti, e spesso  loro permesso di conversare coi segni. Noi novizi eravamo a piccole schiere, e spesso, mentre camminavamo nel giardino del monastero, parlavamo allegramente adoprando i gesti. E poi il silenzio non  perpetuo: nei campi dovevamo spesso dare istruzioni agli agricoltori; nella scuola, dove studiavamo teologia, latino, greco, si udiva la voce dell'insegnante;  vero che nel monastero io ho veduto giornalmente, per vent'anni, uomini coi quali non ho mai scambiato una parola, ma avevo avuto il permesso di parlare coi frati. Il capo del convento, il Padre Superiore, ha facolt di sciogliere i vincoli del silenzio quando voglia, e di permettere ai frati di camminare e di parlare fra loro oltre le bianche mura che recingono il giardino del monastero: di tanto in tanto noi parlavamo, ma credo che la maggior parte di noi non si trovasse male nel nostro silenzio, divenuto ormai un'abitudine. E poi, eravamo sempre occupati, non c'era permesso di aver tempo di metterci a sedere e rattristarci.
"Domina, io non voglio ora raccontarvi la vita dei Trappisti, ma dirvi soltanto di me, farvi capire come ero e come avvenne in me il cambiamento. Per anni e anni io non mi sentii infelice a El-Largani. Quando il mio tempo di noviziato fu finito, feci senza esitazione i voti perpetui. Molti novizi ritornarono nel mondo: a me non venne mai la tentazione di farlo. Ben raramente ero stimolato da un desiderio mondano, ben raramente s'impegnava in me una di quelle angosciose lotte che molta gente forse attribuisce ai religiosi: ero quasi sempre tranquillo. Di tanto in tanto la carne parlava, ma non insorgeva. Ricordatevi che la nostra era una vita di duro ed esauriente lavoro nei campi: il lavoro teneva soggetta la carne, come la preghiera elevava lo spirito. Inoltre, durante tutti i miei primi anni nel monastero, noi avemmo un abate, padre Andrea Herceline, che ben comprendeva alla prima il carattere e la disposizione degli uomini: egli mi conosceva assai pi di quel che non mi conoscessi io stesso; sapeva, mentre io non lo sospettavo nemmeno, che ero pieno di sonnecchiante violenza, che nella mia purezza e nella mia devozione, o piuttosto sotto di esse, v'era una forte dose di barbarismo: il russo dormiva nel frate, ma dormiva profondamente. Ci poteva essere: il naturale di un uomo, se tutto quello che potrebbe svegliarlo gli  tenuto diligentemente lontano, pu dormire credo per tutta la vita: un uomo potrebbe morire senza aver mai saputo, forse senza essere mai stato, ci che veramente egli era. E cos fu per anni di me: io non conobbi che una parte di me stesso, una parte vivida, s, ma una sola; e credevo che ci fosse tutto, lo pensavo, ed ero felice. Se padre Andrea Herceline non fosse morto, sarei anche oggi frate a El-Largani, ignaro di ci che ora so.... e contento.
"Egli non mi permise mai di venire in alcun modo in contatto con gli estranei che visitavano il monastero. I monaci hanno tutti le loro incombenze: alcune di esse accostano i monaci ai forestieri spinti dalla curiosit a El-Largani; il monaco addetto al cimitero sulla collina, dove i Trappisti giacciono nell'estremo riposo, fa girare i visitatori nella cappellina e pu parlare con loro liberamente per tutto il tempo che rimangono nel cimitero; il monaco che si occupa della distilleria riceve anch'egli i visitatori e conversa con loro; e cos quello addetto al parlatorio nell'ingresso del monastero: egli vende i ricordi dei Trappisti, fotografie della chiesa e degli edifizi, statuine di santi, boccette di profumi fatti dai monaci; prende le ordinazioni dei vini che il monastero produce, e del.... e di ci che facevo io stesso, Domina, quando vi ero.
Ella pens al signor di Trevignac e ai frammenti di vetro sparsi in terra sotto la tenda a Mogar.
Il signor di Trevignac vi aveva forse...? ella disse a voce bassa, fioca.
S, mi aveva veduto, aveva parlato con me nel monastero: quando Uardi port il liquore egli si ricord chi ero.
Ella cap lo sguardo dell'ufficiale verso la tenda dove Androvsky giaceva addormentato, e un piccolo brivido le corse per la persona. Androvsky se ne avvide e abbass gli occhi.
Ma il.... il....
Toss, si rigir, spinse lo sguardo sulla sabbia bianca come se bramasse d'inoltrarvisi e sparire per sempre, poi prosegu, parlando concitatamente:
Ma il monaco che ha pi da fare coi viaggiatori,  quello addetto alla foresteria del monastero; egli deve pensare all'ospitalit verso i visitatori, a quelli che vi vengono per tornar via in giornata e a cui si d soltanto la colazione, e a quelli che vi pernottano o vi si trattengono qualche giorno; perch quando io stavo a El-Largani era permesso alla gente di rimanere nella foresteria quanto tempo voleva, pagando una piccola somma settimanale. Il monaco della foresteria  di continuo in contatto col mondo esteriore; egli parla con gente di ogni classe, uomini, naturalmente, perch le donne non sono ammesse; fra gli altri monaci ve ne sono parecchi che probabilmente lo invidiano, ma a me ci non accadde mai: io non avevo desiderio di veder forestieri, e quando per caso li incontravo nel cortile, sul piazzale, o nelle terre del monastero, era ben raro che alzassi gli occhi per guardarli; essi non erano, non sarebbero mai, nella mia vita: perch avrei dovuto guardarli? Che cosa erano essi per me?
"Gli anni scorrevano, passavano rapidamente, non lentamente; io non sentivo la loro monotonia. Nulla nella mia vita mi ripugnava. Godevo di una salute ottima, e non seppi mai, nemmeno per un giorno, che cosa volesse dire sentirsi male: i miei muscoli erano saldi come l'acciaio; il pagliericcio su cui mi stendevo nella mia celletta, il rozzo abito che portavo giorno e notte, il mio parco cibo di legumi, la campana che mi chiamava nel sonno perch andassi in cappella, i digiuni, le veglie, la perpetua uniformit di ci che vedevo, di ci che facevo, non mi rattristarono mai, non mi stancarono mai; io non sospirai mai un cambiamento, lo credereste, Domina? Eppure  vero. Finch visse padre Andrea Herceline e regol lui la mia vita, io fui calmo, felice, come poca gente nel mondo, o forse nessuno, pu esserlo. Ma padre Andrea mor, e allora....
Il viso di Androvsky si contorse in uno spasimo.
Mia madre era morta; mio fratello viveva a Tunisi e i suoi affari prosperavano; egli era rimasto celibe; per quanto mi riguardava, bench al monastero si possa andare dalla citt in due ore, egli poteva quasi dirsi morto per me, poich lo vedevo ben di rado, con speciale permesso del Padre Superiore, e per pochi minuti. Una volta sola andai io a trovarlo a Tunisi, poich si era ammalato. Quando mor mia madre mi parve di approfondirmi maggiormente nella vita monastica; e questo fu tutto: era come se mi fossi stretto meglio l'abito intorno al corpo e calato il cappuccio ancor pi sulla faccia. A maggior ragione dovevo ora pregare, e pregai pi ardentemente. Vivevo nella preghiera come una pianta marina negli abissi dell'oceano; la preghiera mi attorniava sempre come un fluido. Ma padre Andrea Herceline mor, e fu designato un nuovo abate che credo regga anche adesso El-Largani. Egli era una brava persona, ma, secondo me, ben poco adatto a comprendere gli uomini. L'abate di un monastero di Trappisti ha pieno potere sopra la sua comunit; egli pu in essa disporre come vuole. Poco dopo il suo arrivo a El-Largani, egli remosse, non so per qual motivo, il padre Michele che aveva sempre avuto la custodia del cimitero, e incaric me di adempiere ai doveri gi a lui affidati. Io obbedii, naturalmente, senza una parola.
"Il cimitero di El-Largani  su una collinetta, nella parte pi elevata delle terre del monastero;  circondato da un muro bianco e assiepato di cipressi; vi si accede da un viale pure di cipressi, intramezzati da tabernacoli contenenti bassorilievi delle quattordici stazioni della Via Crucis. All'imbocco di questo viale, a sinistra, v' un alto piedistallo giallognolo, sormontato da una croce nera, da cui pende un Cristo d'argento; sotto di essa  scritto:
FACTUS OBEDIENS. USQUE. AD MORTEM. CRUCIS.
"Mi ricordo, nel primo giorno che divenni guardiano del cimitero, di essermi soffermato, mentre vi andavo, per pregare dinanzi al Cristo. La mia preghiera, la mia preghiera, Domina, era.... di poter morire com'ero vissuto, nell'innocenza; io facevo questa preghiera, ma con una specie.... s, ora che ci ripenso, con una specie d'insolente certezza che la mia preghiera sarebbe di sicuro esaudita; poi proseguii verso il cimitero.
"Il mio lavoro in quel luogo era facile: dovevo soltanto spianare la terra sulle tombe, e tener pulita la piccola cappella dov'era sepolto il fondatore della Trappa in El-Largani. Ci fatto, potevo girare per il cimitero e sedere su una panca al sole. Il padre Michele, mio predecessore, teneva alcuni colombi, e nell'andarsene li aveva lasciati l, in un casottino presso la mia panca. Me ne occupai io e li governai: erano addomesticati, e si avvezzarono a svolazzarmi sulle spalle e a posarmisi sulle mani. Per gli uccelli e per tutti gli animali in genere, io ero sempre un amico. A El-Largani v'erano bestie di ogni sorta e, in un tempo o nell'altro, era stato mio dovere di badare alla maggior parte di esse. Amavo tutte le cose viventi.
"Seduto nel cimitero, io potevo vedere una gran distesa di paese, l'azzurro dei laghi di Tunisi, coi bianchi villaggi sulla riva, le barche che scivolavano verso la bianca citt, le montagne lontane. Avendo poco da fare, me ne stavo parecchie ore del giorno meditando e spingendo lo sguardo su quel mondo lontano. Io ricordo specialmente che una sera, sull'imbrunire, poco prima di andare nella cappella, fui preso da una specie di sacro terrore mentre guardavo di l dai laghi: il cielo era d'oro, le acque si colorivano d'oro e da esse sorgevano le bianche vele delle barchette. Le montagne avevano un'ombreggiatura purpurea; i piccoli minareti delle moschee s'inalzavano nell'oro come aste d'avorio. Mentre stavo guardando, gli occhi mi si empivano di lacrime, e sentivo come una pena al cuore e come se.... Domina, come se in quel momento una mano si posasse sulla mia, ma delicatamente, e me la premesse; mi pareva che in quel momento qualcuno fosse accanto a me nel cimitero e desiderasse di condurmi via lontano, a quelle acque remote, a quelle torri delle moschee, a quelle montagne purpuree. Io non avevo mai provato una sensazione simile, e ne fui atterrito: mi pareva che il demonio fosse venuto nel cimitero, avesse posto la sua mano sulla mia, e mi avesse sussurrato all'orecchio: "Vieni con me nel mondo, in quel bel mondo che Dio fece per gli uomini: perch lo ripudi?"
"Quella sera, Domina, fu il principio di questa.... di questa fine. Un giorno dopo l'altro io sedevo nel cimitero e contemplavo il mondo, e immaginavo come fosse, qual vita conducessero gli uomini che salpavano nelle barche con le bianche ali, che si affollavano sui piroscafi il cui fumo io vedevo talvolta alzarsi lievemente nella via del sole, che guardavano gli armenti sulle montagne, che.... che.... Domina, potete voi immaginare? No, voi non potete immaginare quali fossero in un uomo della mia et, del mio temperamento, quei primi, primissimi stimoli della bramosia della vita! Talvolta io penso che fossero come le prime doglie di una donna nel travaglio del parto.
Le mani di Domina si disgiunsero, poi tornarono a congiungersi.
V'era qualche cosa di fisico in essi; mi pareva che le mie membra avessero una mente e che quella mente, fino allora addormentata, si fosse svegliata. Le mie braccia si contraevano nel desiderio di stendersi verso l'azzurro lontano dei laghi nei quali non veleggerei mai. Il mio organismo.... insomma, ero fisicamente eccitato; e sempre pi sentivo quella mano che stringeva la mia, come per trarmi verso qualche cosa ch'io non avessi mai conosciuto, ch'io non potessi mai conoscere. Non crediate che non lottassi contro quei primi stimoli della natura che per tanto tempo avevano dormito! Per alcuni giorni io vietai a me stesso di spingere lo sguardo oltre il cimitero; tenevo gli occhi a terra, sulle semplici croci che segnavano i sepolcri, scherzavo con le colombe dagli occhi rossi e lavoravo.... Ma finalmente i miei occhi si ribellarono; io dissi fra me: "Non  proibito guardare." E di nuovo le vele, le onde, le torri, le montagne, furono come voci che mi mormorarono: "Perch non vuoi comprendere il nostro significato? Perch vuoi esser per sempre ignaro di tutto quel che fu creato per esser conosciuto dall'uomo?" Allora la pena divenne in me quasi insopportabile. La notte non potevo dormire; in cappella era difficile pregare; guardavo i monaci intorno a me, a molti dei quali non avevo mai rivolto la parola, e pensavo: "Chiudono essi pure tali brame in se stessi? Sono essi pure scossi dal desiderio di conoscere?" Mi pareva che, invece di un luogo di pace, il monastero fosse, dovesse essere, un luogo di tumulto, del tacito tumulto che alberga nelle anime degli uomini. Ma allora mi ricordavo per quanto tempo ero stato in pace; forse tutti gli uomini silenziosi dai quali ero circondato erano ancora in pace, come ero stato io, come potrei essere ancora.
"Nel monastero mor un giovane monaco e fu sepolto nel cimitero; io gli scavai la fossa contro il muro esterno, sotto un cipresso. Alcuni giorni dopo, mentre ero seduto sulla panca presso il casotto delle colombe, udii un suono che veniva dall'altra parte del muro: era come un singhiozzo. Ascoltai, e lo udii ancor pi distinto, e capii che l vicino v'era qualcuno che piangeva e singhiozzava disperatamente: ma ora quel pianto mi pareva uscire dal muro stesso. Mi alzai ed ascoltai: qualcuno piangeva amaramente dietro o al disopra del muro, proprio nel punto in cui era sepolto il giovane monaco. Chi mai poteva essere? Rimasi ad ascoltare, a fantasticare, esitando sul da farsi; v'era qualche cosa in quel lamento che mi commoveva profondamente. Da tanti e tanti anni non avevo veduto una donna, n udito la voce di una donna; ma sentivo che quello era il gemito di una donna. Perch mai era l? Che cosa poteva volere? Alzai lo sguardo: il cimitero, come ho detto, era tutto circondato da cipressi; nel guardare in su, io ne vidi uno scuotersi proprio al disopra della tomba recente, e udii una voce femminile che diceva: "Non posso vederla, non posso vederla!"
"Non so perch, ma capii che v'era qualcuno che desiderava di vedere la tomba del giovane monaco. Per un momento non mi mossi, poi andai alla stanza dove tenevo gli arnesi con cui lavoravo nel cimitero, e presi le cesoie che adopravo per rimondare i cipressi; poi afferrai una scala, l'appoggiai al muro, vi salii, e recisi alcuni rami del cipresso che avevo veduto muoversi. Il singhiozzo cess; mentre i rami cadevano dall'albero, scrsi un volto di donna bagnato di lacrime, con gli occhi fissi su me: mi parve un vaghissimo volto.
"Qual' la sua tomba? ella disse.
"Io additai la tomba del giovane monaco che ora poteva vedersi dalla radura da me fatta, scesi dalla scala e me ne andai nell'angolo pi lontano del cimitero; e non alzai pi gli occhi verso il volto della donna.
"Chi fosse non lo so; non la vidi nemmeno andar via; ella amava il frate che era morto, e sapendo che le donne non possono entrare nei recinti del monastero, era venuta al muro esterno per gettare, se fosse possibile, uno sguardo disperato sulla sua tomba.
"Domina, io vorrei sapere, vorrei sapere se potete comprendere come mi agitasse quell'incidente; per un uomo comune, non sarebbe stato nulla, mi immagino; ma per un frate trappista sembrava tremendo. Io avevo veduto una donna; avevo fatto qualche cosa per una donna; pensavo continuamente a lei, a ci che avevo fatto per lei. Il pertugio nel cipresso me la ricordava tutte le volte che lo vedevo; e quand'ero nel cimitero era ben difficile che ne potessi distoglier lo sguardo. Ma la donna non torn mai. Io non dissi nulla al Padre Superiore di quel che avevo fatto; avrei dovuto parlare, ma non lo feci: lo tenni occulto nella confessione. Da quel momento, ebbi un segreto, ed era un segreto collegato con una donna.
"Vi par forse strano che questo segreto mi facesse l'effetto di separarmi da tutti gli altri monaci, di avvicinarmi al mondo? Eppure fu cos: mi pareva talvolta di essermi spinto per un momento nel mondo, di aver conosciuto qual significato le donne hanno per gli uomini. Io fantasticavo chi potesse essere quella donna; fantasticavo come ella avesse potuto amare il giovane monaco che era morto. Egli era solito di sedere vicino a me in cappella; aveva il volto bello e puro, un volto che mi pareva dovesse innamorare una donna. Quella donna lo aveva forse amato, e ne aveva egli respinto l'amore per la vita del monastero? Mi ricordo di avere un giorno pensato a ci, fantasticato come egli avesse potuto farlo, poi a un tratto compreso il significato del mio pensiero ed essere avvampato di vergogna. Avevo posto l'amore della donna al disopra dell'amore di Dio, il culto della donna sopra il culto di Dio. Quel giorno fui atterrito di me stesso. Rientrai rapidamente nel monastero, domandai di vedere il Padre Superiore, e lo pregai di togliermi dal cimitero, di darmi qualche altro lavoro. Egli non mi richiese del motivo per cui desideravo cambiare, ma tre giorni dopo mi fece chiamare e mi disse che sarei incaricato della foresteria del monastero, e che dovrei attendervi fin dalla mattina seguente.
"Io non so immaginare, Domina, se voi possiate comprendere che cosa significava un tal cambiamento per un uomo che aveva vissuto per tanti anni come me. La foresteria di El-Largani  un fabbricato lungo, basso, di un solo piano, che sorge in un giardino pieno di palme e di gerani; contiene una cucina, parecchie camerette, quasi celle, per i visitatori, e due stanzoni dove gli ospiti si riuniscono a mensa: in uno si dispensa loro frutta, uova e legumi forniti dal monastero, insieme con un po' di vino; nell'altro il caff per chi desidera prenderlo. I visitatori che albergano nel monastero godono di una certa libert, ma devono conformarsi ad alcune regole: alzarsi, cio, a una data ora, mangiare quando  stabilito, e la sera ritirarsi nelle loro camerine alle sette e mezzo d'inverno, e alle otto di estate. Il monaco addetto alla foresteria deve sorvegliarne il buon andamento, aver occhio alla cucina, fare spesso visite nei refettori durante i pasti; badare che le camerine siano tenute sempre pulite dall'unico converso che vi attende. Inoltre egli accompagna la gente a vedere il giardino. Le sue incombenze, come vedete, sono leggiere e lo pongono a contatto con la gente; non pu andar fuori, ma pu mischiarsi con la gente di fuori che viene a lui;  suo dovere, se anche non v' portato, di esser gentile, comunicativo, di mostrar simpatia e far buona accoglienza a qualunque ospite della Trappa. Dopo tanti anni di lavoro, di solitudine, di silenzio, di preghiera, io fui a un tratto trasportato in quella nuova vita.
"Domina, per me fu proprio come esser gettato nel mondo: mi trovai quasi abbarbagliato dal cambiamento. Sul principio ero nervoso, timido, goffo, e specialmente mi riusciva difficile di spiccicare qualche parola; la consuetudine del silenzio mi aveva cos legato, che non potevo liberarmene. Io paventavo l'arrivo dei visitatori; non sapevo come riceverli, che cosa dir loro. Per fortuna, pensavo, la stagione dei forestieri era passata, e si avvicinava l'estate: veniva pochissima gente, e per lo pi non si tratteneva che per una refezione. Io cercavo di esser gentile e di buona compagnia, e a poco a poco cominciai ad avvezzarmi a parlare senza la difficolt provata da principio. Sulle prime non mi era riuscito di aprir le labbra senza aver la sensazione di commettere quasi un sacrilegio; ma poi divenni pi disinvolto, meno taciturno; anzi, di tanto in tanto, provavo piacere nel conversare con qualche visitatore che mi andasse a genio. Cominciai anche ad amare il giardino coi suoi fiori, i suoi aranci, i suoi boschetti di eucalitti, le viti che salivano verso il cimitero: spesso vi girellavo solo solo, o sedevo sotto l'arco che lo divide dal gran cortile d'ingresso del monastero, ascoltando il ronzio delle api e guardando i gatti che si scaldavano al sole.
"Talvolta, quando ero l, pensavo al volto della donna sul muro del cimitero; talvolta mi pareva che una mano premesse la mia; ma ero pi calmo che non fossi stato nel cimitero; poich dal giardino io non potevo vedere il mondo lontano, e fra i rari visitatori nessuno aveva ancora accostato un fiammifero alla torcia che, a mia insaputa, era pronta, al contatto della pi piccola scintilla, a far guizzar la sua fiamma.
"Un giorno (fu di mattina, verso le dieci e mezzo) io me ne stavo seduto su una panca proprio dentro la porta d'ingresso della foresteria, e leggevo il Nuovo Testamento in greco, quando udii aprirsi il portone del monastero e un rumore di ruote di veicoli nella corte: erano giunti alcuni visitatori da Tunisi, forse tre o quattro. Era una fulgida mattina sul cader di maggio. Il giardino brillava di fiori, era tutto dorato di luce, soave di ombre, e placido e quieto. Domina! V'era una pace maravigliosa nel giardino in quel giorno, una pace che pareva piena di sicurezza, di durevole letizia; pareva che i fiori avessero cuori per comprenderla, per goderne; le rose lungo il muro giallo della casa, che si arrampicavano fino ai tegoli rossastri, i gerani che crescevano folti sotto le foglie lustre degli aranci, i.... Insomma, in quel giorno mi pareva di essere nel giardino dell'Eden, e mi ricordo che quando udii le ruote dei veicoli, provai un momento di tristezza egoistica. Pensavo: "Perch deve ora venir qualcuno a turbare la mia beata pace, la mia beata solitudine?" Poi capii l'egoismo del mio pensiero, e che ero in quel luogo per adempiere un dovere. Mi alzai, andai in cucina, e dissi a Francesco, il converso, che c'era gente e di certo sarebbe rimasta a colazione; e mentre parlavo, gi pensavo al momento in cui udrei di nuovo il rumore delle ruote, il cigolio della porta sui cardini, e saprei che gl'intrusi nella pace dei Trappisti se ne erano ritornati al mondo, e che io potevo di nuovo esser solo nel piccolo Eden che amavo.
"Cosa strana, Domina, proprio strana, in quel giorno, fra tutti i giorni della mia vita, io mi sentii maggiormente innamorato (innamorato  proprio la parola) della mia vita monastica. Il terribile sentimento che gi aveva cominciato a sconvolgermi era completamente svanito; io adoravo la pace in cui erano trascorsi i miei giorni; guardavo i fiori e paragonavo la mia felicit alla loro: essi spuntavano, sbocciavano, appassivano, morivano in quel giardino; e cos io dovevo desiderare di vivere e, quando fosse venuta la mia ora, di morire, in quel giardino, sempre in pace, sempre in sicurt, sempre isolato dai terrori della vita, sempre sotto il tenero occhio vigile dei.... dei.... santi del paradiso, poich quel giorno, Domina, ero felice quasi come debbono esser loro. Ero felice perch non sentivo inclinazione al male; mi pareva che la mia gioia consistesse interamente nell'essere innocente. Oh, che estasi d un simile pensiero: "Con la mia volont concorde ai Tuoi disegni, io amo vivere come Tu intendi ch'io debba vivere! Ogni altro modo di vita sarebbe per me un terrore, mi porterebbe alla disperazione."
"Ed io sentivo questo, intensamente: lo sentivo in quel momento col cuore e con l'anima; era come se le braccia di Dio mi cingessero, mi carezzassero come un padre carezza la sua creatura.
Androvsky fece un passo o due nella sabbia, torn indietro, e prosegu con sforzo:
Dopo pochi momenti, il portinaio del monastero attravers l'atrio del portico seguto da un giovane. Quando io alzai lo sguardo su lui, rimasi incerto sulla sua nazionalit; ma passato il primo momento non vi pensai pi, poich qualche altra cosa attir la mia attenzione, vale a dire l'intenso, irrequieto malessere che si leggeva nel volto del forestiero: egli pareva estenuato, divorato dal dolore. Ho detto che era giovane: avr avuto forse ventisei o ventisette anni; era di carnagione piuttosto scura, coi lineamenti delicati e corretti; aveva folti capelli bruni, e i suoi occhi brillavano d'intelligenza, di un'intelligenza che era quasi, in certo modo, penosa; quegli occhi mi guardavano sempre come se vedessero troppo, se avessero sempre veduto troppo; v'era un'agitazione nel loro rapido sguardo: quegli occhi non avrebbero potuto concepirsi chiusi nel sonno; un'attivit che doveva di certo essere eterna vi fiammeggiava.
"Il portinaio lasci il forestiero nell'atrio, e ora toccava a me ad accompagnarlo. Io lo salutai in francese, ed egli si tolse il cappello; allora, dall'aspetto che aveva a testa scoperta, mi parve inglese, e gli dissi che parlavo inglese al pari del francese; egli mi rispose che il francese gli era familiare ma che egli era inglese; per cui parlammo inglese. L'entrata di lui nel giardino aveva interamente distrutto il mio senso di pace.... la mia stessa pace fu subito turbata dal suo aspetto.
"Sentii di essere dinanzi a un'inquietudine che era quasi un elemento divoratore; prima che noi avessimo tempo di scambiar pi di qualche parola slegata, Francesco son la campana.
"Per chi  questa chiamata, padre? disse il forestiero, con un sussulto che mostr come i suoi nervi fossero scossi.
" tempo che vi rifocilliate, risposi.
"Oh, bisogna mangiare! egli disse.
"Poi, come se capisse che il suo contegno era bizzarro, soggiunse con garbo:
"So che qui voi ci trattate tutti benissimo, e che talvolta siete stati ricompensati con brutale ingratitudine. Dove devo andare?
"Io gli feci strada al refettorio; in quel giorno non v'era alcuno; egli si mise a sedere alla lunga tavola.
"Devo mangiar solo? domand.
"S, vi servir io.
"Gli ospiti erano sempre serviti da Francesco, ma quel giorno, ricordandomi dei miei pensieri egoistici del giardino, volli far qualche cosa pi del mio dovere. Portai dunque la minestra, le lenticchie, la frittata, le arance, mescei il vino, e incitai cordialmente il giovane a mangiare. Allora egli alz lo sguardo su me. I suoi occhi erano straordinariamente espressivi; pareva mi dicessero: "Mi andate a genio, sapete!" quasi che il cruccio di quel giovane fosse per un momento almeno scemato.
"Nel vuoto stanzone, lungo, pulito, nudo, con un crocifisso al muro e il nome "San Bernardo" al disopra della porta, v'era una gran quiete, una grande ombra; le gelosie esterne di legno verde erano abbassate nei vani delle finestre, chiudendo fuori l'oro del giardino; ma la sua mormorante tranquillit sembrava filtrare l dentro, come se i fiori, gl'insetti, gli uccelli, fossero consci della nostra presenza, e cercassero di dirci: "Siete voi felici come noi? Siate felici come noi."
"Il forestiero guard la stanza ombreggiata, le finestre aperte, e sospir.
"Che quiete, qua dentro! egli disse quasi fra s. Che quiete!
"S, risposi. L'estate incomincia; per dei mesi non viene quasi nessuno qui da noi.
"Da noi? egli disse, dandomi un'occhiata con un improvviso sorriso.
"Voglio dire da noi monaci, da noi che viviamo sempre qui.
"Posso...? Sarei indiscreto domandandovi se siete qui da un pezzo?
"Io gli dissi da quanto tempo vi ero.
"Da pi di diciannove anni? egli esclam.
"S.
"E sempre in questo silenzio?
"Stette come ad ascoltare, appoggiando il capo sulla mano.
"Che cosa straordinaria! egli riprese. Che cosa prodigiosa!  una felicit, questa?
"Io non risposi: mi pareva ch'egli rivolgesse la domanda a se stesso, non a me; potevo lasciar cercare a lui la risposta. Dopo un momento egli si mise a mangiare e a bere in silenzio. Quando ebbe finito, io gli domandai se voleva prendere il caff; egli disse di s, e allora lo feci passare nella sala di San Giuseppe; l gli portai il caff e.... e quel tal liquore; gli dissi che io ne ero l'inventore, e ci parve interessarlo; in ogni modo ne prese un bicchierino, e non rifiniva di lodarlo. Io ne ebbi piacere, e credo di averlo dimostrato; da quel momento mi parve che fossimo quasi amici. Per l'innanzi io non avevo mai provato un sentimento simile per nessuna persona venuta nel monastero, n per alcuno dei nostri monaci o novizi. Bench quel giorno mi fosse molto dispiaciuto l'avvicinarsi di un forestiero alle nostre mura, bench ne fossi stato irritato, ora all'idea che quel giovane dovesse andarsene provavo rincrescimento. Intanto era venuto il tempo di condurlo a vedere il giardino. Uscimmo dunque dall'ombra dello stanzone alla gran luce del sole.
"Nel giardino non v'era nessuno; soltanto vi ronzavano le api, vi passavano a volo gli uccelli, vi si scaldavano i gatti sul viottolone che dal portico si stendeva lungo la fronte della foresteria. Mentre uscivamo fuori, una campana squill, rompendo per un istante il silenzio, e facendone sembrare anche pi dolce il ritorno. Noi girellammo un po' parlando appena. Io osservai che gli occhi del forestiero frugavano dappertutto, scrutando ogni particolare della scena intorno a noi. Giungemmo poi alla vigna, a sinistra della quale v'era la via che conduceva al cimitero; la oltrepassammo e fummo al cancello del cimitero.
"Qui io devo lasciarvi, dissi.
"Perch? egli domand prontamente.
"V' un altro padre che vi mostrer la cappella; vi aspetter qui.
"Mi misi a sedere e aspettai. Allorch il forestiero torn, mi parve che il suo viso fosse pi calmo, che i suoi occhi avessero un'espressione pi tranquilla. Quando fummo di nuovo dinanzi alla foresteria, io dissi:
"Ora voi avete veduto tutto il mio piccolo dominio.
"Egli diede un'occhiata alla casa.
"Ma pare che ci siano molte altre stanze, disse.
"Soltanto le camere.
"Le camere? Pu pernottar qui la gente?
"Sicuro; e se a qualcuno piace, pu rimanervi anche pi di una notte.
"Quanto di pi?
"Quanto gli pare, purch si attenga alle semplici regole stabilite e paghi una piccola quota al monastero.
"Intendete dire che potreste accogliere qualcuno qui per l'estate? egli disse concitatamente.
"Perch no? Certo, ci vuole il consenso del Padre Superiore; ma non altro.
"Avrei piacere di vedere le camere.
"Io lo feci passare, e ne aprii una.
"Sono tutte uguali, dissi.
"Egli diede un'occhiata alle pareti bianche, al rozzo letto, al crocifisso che v'era appeso sopra, alla catinella di ferro, all'ammattonato, poi and alla finestra e guard fuori.
"Ebbene, egli disse ritraendosi indietro, vado a parlar subito col padre Abate, se  permesso.
"Nel sentiero del giardino io lo salutai, ed egli mi strinse la mano: v'era uno strano sorriso sulla sua faccia. Mezz'ora dopo lo vidi ritornare di sotto il portico.
"Padre, egli disse, io non me ne vo: ho chiesto al padre Abate il permesso di rimaner qui; egli me lo ha dato. Domani il bagaglio che mi occorre mi sar spedito da Tunisi. Dite, vi dispiace.... vi dispiace molto che un estraneo venga a turbare la vostra pace?
"I suoi occhi penetranti erano fissi su me, mentre parlava; io risposi:
"Non credo che voi turberete la mia pace.
"E il mio pensiero era: "Io vi aiuter a trovar la pace che avete perduta."
"Era questo un pensiero presuntuoso, Domina? Era forse arrogante? In quel momento a me parve addirittura sincero, uno dei migliori pensieri che avessi mai avuto, un pensiero postomi in cuore da Dio. Io non sapevo allora.... non sapevo.
Cess di parlare, e rimase per un poco immobile, guardando la sabbia, argentea sotto la luna. Alla fine alz il capo e disse parlando lentamente
La venuta di quell'uomo fu la scintilla che appicc il fuoco; fu lui che risvegli in me la met di me stesso, che io non sospettavo nemmeno avesse sonnecchiato in tutta la mia vita: sonnecchiato, invigorendosi nel sonno, come suol fare il corpo, raccogliendo una forza che era tremenda, che doveva sopraffare tutto me stesso, che doveva darmi un insano impulso. Egli risvegli in me il corpo, e il corpo doveva prender possesso dell'anima. Chi sa.... chi sa se voi potete comprendere come quell'uomo agisse su me! Chi sa se io posso farvi capire quell'uomo!
"Egli era pieno di un segreto ardore: ardore della mente e ardore del corpo; poteva dirsi un uomo vulcanico. Diceva di essere inglese, ma doveva esservi del sangue non inglese nelle sue vene. Quando io stavo insieme con lui, mi pareva di essere col fuoco; in lui v'era la irrequietezza del fuoco, la intensit del fuoco; poteva, s, mostrarsi riserbato, poteva apparir freddo, ma io capivo sempre che, se era fasciato di pietra, internamente doveva scottare. Egli era guardingo di se stesso e di ciascuno con cui venisse al pi lieve contatto; era molto scaltro; riusciva oltremodo attraente, almeno a me; pareva molto umano, pieno d'interessamento per l'umanit. V'era in lui, e ci era parte integrale di lui, una selvaggia, s, selvaggia smania di esser felice, e quando venne a stare nella foresteria, egli si sentiva selvaggiamente infelice. Era un egoista, un pensatore, un uomo che anelava d'impossessarsi di qualche cosa all'infuori di questo mondo, ma che non vi era riuscito; perfino il suo desiderio di trovar riposo in una religione mi pareva motivato dalla stessa brama, mosso da qualche cosa che fosse prossimo all'egoismo. Egli era una tempesta umana, Domina, era un fuoco umano. Pensate dunque alla mia gi placida esistenza quando vi fu gettato dal mondo, dal mondo ch'egli conosceva come pu conoscerlo soltanto chi  avido di vita e di libert, un uomo a quel modo!
"Ben presto egli cominci a rivelarsi a me qual era, con una specie di franchezza quasi impudente. La condizione delle nostre due vite nel monastero ci teneva di continuo insieme in un curioso isolamento; e il Padre Superiore, Domina, il Padre Superiore pose proprio lui il mio piede nel sentiero che doveva condurmi alla rovina. Il giorno dopo l'arrivo del forestiero egli mi fece chiamare nella sua stanza privata, e mi disse:
"Il nostro nuovo ospite  in uno stato proprio miserando. Egli  stato attirato qui dalla nostra pace; se noi potremo attirar la pace su lui sar un'azione accetta a Dio. State molto con lui; cercate di fargli del bene. Egli non  cattolico, ma non importa: desidera di assistere alle funzioni nella cappella, e ci pu avere un'azione su lui. Chi sa che Dio non abbia guidato i suoi passi verso di noi! Intanto noi possiamo agire.... possiamo pregare per lui. Io non so quanto si tratterr; tanto potr star qui qualche giorno come tutta l'estate. Non importa: cercate di fargli ogni giorno del bene; ogni giorno pu esser l'ultimo ch'egli passa con noi.
"Io lasciai pieno di entusiasmo il Padre Superiore sentendo che nella mia vita v'era ora un alto, uno stupendo scopo, uno scopo che prima le era mancato.
"Stavo ogni giorno con quell'uomo. Naturalmente, in alcune ore eravamo separati, cio in quelle in cui io andavo a pregare in cappella o ero occupato nello studio; ma ogni giorno passavamo parecchio tempo insieme, quasi sempre in giardino. Era difficile che venissero visitatori, e nessuno per albergare, fuorch di tanto in tanto qualche prete di passaggio, e una volta due giovinetti da Tunisi, uno dei quali aveva inclinazione ad entrare nel noviziato. E quell'uomo, come ho detto, cominci a rivelarsi a me con tremenda franchezza.
"Domina, egli doveva esser preso da quel che credo potrebbe chiamarsi un'ossessione, dominato da qualche cosa che talvolta soggioga una creatura umana. In quel tempo io non sapevo ancora che un uomo potesse essere soggiogato a quel modo; ora so che  possibile, Domina, che tali dominazioni possono essere terribili e prodigiose. Egli era soggiogato da una donna, da una donna che era entrata nella sua vita, l'aveva afferrata, se n'era gloriata, l'aveva spezzata. Egli mi descrisse il dominio di quella donna; mi raccont come ella lo avesse trasformato. Fino a quando non l'aveva incontrata, egli era stato ardente ma libero, padrone di s in molte contingenze, in molti intrighi. Egli era sincerissimo, Domina; non tentava di nascondermi che nella sua vita vi era stato del male: in quella vita egli aveva cercato di fare ogni prova, ogni possibile prova mentale e corporale. Io capii ch'egli non aveva rifuggito da nulla, non aveva schivato nulla. Il suo naturale lo aveva spinto a gettarsi su tutte le cose, ad afferrare tutte le cose. Sulle prime i suoi racconti mi empirono di orrore, e lo mostrai. Mi ricordo che la seconda sera dopo il suo arrivo noi sedevamo insieme sotto un piccolo pergolato appi della vigna che s'inerpicava fino al cimitero; mancava mezz'ora all'ultima funzione in cappella. Spirava un'auretta fresca che veniva dal mare lontano. Una intensa calma, una calma che potrei dire celeste, riempiva il giardino, aleggiava verso i cipressi che erano presso le tombe, lungo il viale dov'erano le quattordici stazioni della Via Crucis. E quel giovane cominci a narrarmi qualche cosa della sua vita.
"Voi pensavate di trovare la felicit nel contenervi a codesto modo? esclamai, mi pare quasi con incredulit.
"Egli mi guard coi suoi occhi lucenti.
"Perch no, padre? Credete forse che fossi pazzo a farlo?
"Sicuro.
"Perch? Non  una felicit il sapere?
"Il sapere il male?
"Il conoscere tutte le cose che esistono nella vita. Io non sono mai andato alla ricerca specialmente del male: io ho cercato tutto; desideravo che tutto cadesse sotto la mia osservazione, tutto quel che si collega con la vita umana.
"Ma la vita umana, io dissi con pi calma,  un passaggio:  un'ombra in un mondo di ombre.
"Voi dite questo, disse lui impetuosamente, ma chi sa se lo pensate, se lo sentite.... come sentite la mia mano sulla vostra.
"Egli pos la sua mano sulla mia: scottava ed era arida come per febbre. Quel suo tocco ag penosamente su me.
" questa la mano di un'ombra? egli disse. Questo corpo che pu godere e soffrire, che pu essere in cielo o nell'inferno.... quaggi  forse un'ombra?
"Fra una settimana pu essere meno ancora di un'ombra.
"Che importa? Io parlo del presente, del presente. Capite voi il significato di quello che dite? Credete davvero che noi siamo ombre, che questo giardino non sia che un mondo di ombre? Io sento che voi, che io, siamo terribili realt, che questo giardino ha un immenso significato: guardate dunque un po' il cielo.
"Il cielo, sopra i cipressi, era arrossato dal tramonto; gli alberi parevano neri sotto di esso; presso il pergolato dov'eravamo apparivano le lucciole.
"Quello  il cielo che fa da tetto a ci che voi vorreste farmi credere un mondo di ombre:  come sangue, sangue caldo che scorre e ferve nelle vene degli uomini.... nelle nostre vene. Ah, ma voi siete un frate!
"Il modo con cui disse queste ultime parole mi fece provare a un tratto un senso di vergogna, Domina: era come se un uomo dicesse ad un altro "Voi non siete un uomo." Potete voi, potete voi capire quel ch'io dovetti provare in quel momento? Qualche cosa di caldo e di amaro era in me. Mi sentii come sopraffatto da un disperato senso di nullit, come se fossi uno scheletro vivente, seduto l, cercando di credere e di far credere che io pure fossi e fossi stato carne e sangue.
"S, grazie a Dio, sono un frate, risposi con calma.
"Qualche cosa nel mio tono, credo, gli fece capire ch'egli era stato brutale.
"Sono un animale e un pazzo, disse con veemenza. Ma mi accade sempre cos: mi pare sempre che quel che bramo io debbano bramarlo anche gli altri; mi sento sempre universale: ed  una pazzia. Voi avete la vostra vocazione, io ho la mia: la vostra  di pregare, la mia  di vivere.
"Sentii di nuovo un'amarezza in me, e cercai di scacciarla.
"La preghiera  vita, risposi, per me, per coloro che sono qui dentro.
"La preghiera? Ma davvero? Pu essa esser vivida come la vita dell'esperienza, come la vita che insegna la verit a uomini e donne, la verit della creazione.... gioia, dolore, aspirazione, concupiscenza, ambizione dell'intelletto e delle membra? La preghiera....
"Bisogna che me ne vada, dissi. Venite anche voi in cappella?
"S, egli rispose quasi con impeto, io vi guarder dall'alto, dal terrazzo dove sar solo: forse mi riuscir di capire la vita della preghiera.
"Pu darsi, dissi.
"Ma credo di aver parlato senza fiducia, e so che quella sera io pregai senza fervore, freddamente, meccanicamente. La lunga cappella scura, con le sue file di monaci gli uni di faccia agli altri nei loro stalli, mi sembr, per la prima volta in vita mia, un luogo triste, come una valle piena di aride ossa.
"Avrei dovuto andare la mattina dopo dal Padre Superiore, avrei dovuto pregarlo di togliermi dalla foresteria; avrei dovuto prevedere ci che sarebbe accaduto: cio, la forza di vivere di quell'uomo essendo pi grande della mia forza di pregare, soverchierebbe la mia. Quella notte io incominciai a peccare. La curiosit si era svegliata in me: la curiosit della vita che non avevo mai conosciuta, che credevo di non poter conoscer mai.
"Quando dalla cappella passai nella foresteria, incontrai nel corridoio il nostro ospite: non ne dir il nome, tanto, a che gioverebbe? Era quasi buio; mancavano dieci minuti all'ora di chiuder la porta e andare a letto. Francesco, il converso, dormiva sotto il portico.
"Possiamo andare ora nel viottolo a prendere un'ultima boccata d'aria? disse il forestiero.
"Uscimmo fuori e camminammo lentamente in su e in gi.
"Non sentite voi la bellezza della pace? domandai.
"Avrei voluto ch'egli dicesse di s; avrei voluto sentirgli affermare che la pace, la tranquillit erano belle. Per un momento egli non rispose, e lo udii emettere gravi sospiri.
"Se v' davvero pace nel mondo, egli disse finalmente, essa non pu trovarsi che insieme con la creatura che noi amiamo. Con la creatura che amiamo noi troveremmo pace perfino nell'inferno.
"Non ci dicemmo altro prima di separarci per la notte.
"Domina, io non chiusi occhio in tutta la nottata; e quella fu la prima di molte notti insonni, notti in cui i miei pensieri viaggiavano come Furie alate, notti orribili, orribili, nelle quali io tentavo d'immaginare tutto ci che il forestiero conosceva per esperienza. Era come uno spettrale sforzo fisico. Io tentavo di concepire tutto ci ch'egli aveva fatto, allo scopo, cos dicevo sulle prime a me stesso, di eccitarmi a un maggior disprezzo, di comprendere quanto poco valore avessero le cose a cui io avevo rinunziato e alle quali egli s'era invece aggrappato. Era come se nel buio io dispiegassi la carta grafica della sua vita e della mia e le esaminassi. Quando, ancora nel buio, mi alzai per andare in cappella, ero esausto e sentivo in me una mestizia indicibile. Ma ci fu soltanto in principio. A poco a poco cominciai a provare brame cocenti, atroci; ma.... ma esse furono precorse da quella strana, nuova malinconia: era una malinconia che pareva cagionata da un senso di tremenda solitudine da me fino allora non mai provata. Fino a quel momento io avevo quasi sempre sentito Dio con me, e che Egli mi bastava; ora, a un tratto, cominciai a sentirmi solo. Non facevo che pensare alle parole del forestiero: "Se v' davvero pace nel mondo, essa non pu trovarsi che insieme con la creatura che noi amiamo." Io dicevo e ripetevo tra me e me: "Ci  falso. La pace non pu trovarsi che nella stretta unione con Dio; in essa io ho trovato pace per tanti e tanti anni."
"Sapevo di essere stato calmo; sapevo di essere stato felice; eppure, quando ripensavo alla mia vita di novizio e di monaco, sentivo ora di essere stato felice in modo incerto, fiacco, esangue, felice soltanto perch ero stato ignaro di ci che fosse la vera felicit; non veramente felice. Pensavo a un uccello nato in gabbia e che vi canta: io ero stato come quell'uccello; e allora, quando mi trovavo in giardino, seguivo con l'occhio le rondini che si alzavano ad alto volo nella luce solare, fra gli alberi e il fulgido azzurro, spingendosi verso il mare, le montagne, le pianure; e quell'amarezza, come un acido che brucia e corrode i pi bei metalli, mi straziava di nuovo il cuore.
"Ma la pi terribile era la sensazione di solitudine. Io paragonavo l'unione con Dio, come pensavo di averla conosciuta, con quell'altra unione di cui parlava il mio ospite: l'unione con l'essere umano che uno ama; io confrontavo tra loro le due unioni, e questo lo feci per parecchie notti: notte per notte io meditavo sulle gioie dell'unione con Dio, gioie che osavo credere gi da me conosciute, e su quelle dell'unione con un essere umano amato. Da una parte pensavo all'avvicinamento a Dio nella preghiera, alla sensazione di vicinanza che viene dall'intensa preghiera, al sentimento che vi siano orecchie che vi ascoltano, che il gran cuore vi ami, il gran cuore che ama tutte le cose viventi, che voi siate assolutamente compreso, che tutto ci che non potete dire sia inteso, e tutto quel che dite sia ricevuto come qualche cosa di prezioso. Mi ricordai della gioia, della esultanza in cui mi aveva posto la preghiera: quella era unione con Dio. In tale unione io avevo talvolta sentito che il mondo, con tutto quel che conteneva di perversit, di dolore e di morte, era addirittura privo del potere di rattristare o impaurire il pi umile essere umano capace di avvicinarsi a Dio.
"Io avevo avuto un sentimento conquistatore, non orgoglioso per, come di chi si sente sollevato, protetto per sempre, inalzato a una regione in cui non pu mai esservi alcun nemico, e nemmeno tristezza n pusillanime ansiet.
"Poi tentai d'immaginare, e questo fu di certo un vero peccato che commisi, che cosa poteva esattamente essere il sentirsi uniti con una creatura umana da noi amata. Tentai, e mi riusc di capirlo: poich non solo fui aiutato dall'istinto, dall'istinto che era stato a lungo addormentato, ma.... Io vi ho gi detto, Domina, che il forestiero soffriva di una ossessione: era terribilmente dominato da qualche cosa: e la cosa da cui era dominato egli la descrisse a me con una crudezza che forse non avrebbe dimostrata, questo lo credo veramente, se io non fossi stato un frate. Egli mi riguardava come un essere a parte, n uomo n donna, come un essere senza sesso: sono proprio sicuro che era cos. Eppure egli era quanto mai intelligente; ma sapeva che io ero entrato novizio nel monastero, che vi ero stato durante tutta la mia vita di adulto; ed anche il mio fare probabilmente lo aveva confermato nella sua illusione: poich credo di non aver mai fatto trapelare il cambiamento che andava operandosi in me sotto la sua azione: io apparivo sempre calmo, staccato da tutto, anche nel dimostrar compassione per il suo soffrire, poich soffriva terribilmente.
"Quel giovane mi raccont che la donna da lui amata era una parigina; me ne descrisse la bellezza, quasi a scusarsi di esserne divenuto schiavo. Suppongo ch'ella fosse bellissima: a suo dire, la sua attrazione fisica era cos intensa che pochi uomini potevano resistervi; ella era famosa per tutta l'Europa. Mi disse che non era una donna buona, ed io raccapezzai che viveva per il piacere, per esser corteggiata, che gi aveva permesso a molti uomini di amarla prima ch'egli la conoscesse. Ma lui lo aveva veramente amato; non era una donna molto giovane, e non aveva marito. Egli disse che era una di quelle donne che gli uomini amano ma che non sposano, una donna che era amata dai mariti delle altre donne, una donna che, chi l'avesse sposata, avrebbe dovuto tenerla lontana dalla buona societ. Ella non aveva mai vissuto, o creduto di vivere, per un uomo, fino a che egli non era entrato nella sua vita; n egli aveva mai sognato di vivere per una donna. Egli soleva vivere per acquistare esperienza, e lei pure. Ma quando la incontr, bench sapesse chi ella fosse, ogni altra donna cess di esistere per lui, ed egli divenne suo schiavo. Poi si svegli in lui la gelosia, la gelosia di tutti gli uomini che erano stati nella vita di lei, che avrebbero potuto esser di nuovo nella sua vita. Egli era torturato dall'amare una donna simile, di una donna appartenuta a molti, che di certo in avvenire apparterrebbe ad altri; poich, nonostante ch'ella lo amasse, egli mi disse che prima di tutto non aveva illusioni su lei: conosceva troppo bene il mondo per addolorarsene, e malediceva il destino che lo aveva legato, corpo e anima, a colei ch'egli chiamava una cortigiana. Nemmeno il fatto che sulle prime ella lo amasse lo rendeva cieco sull'effetto che la vita condotta doveva avere avuto sul carattere di lei. Ella aveva vissuto in un'atmosfera di menzogne, diceva quel giovane, e per lei mentire non era niente; ogni raffinatezza innata di sentimento, quanto a relazioni umane, ch'ella potesse avere avuto, era offuscata in lei se non distrutta.
"Sulle prime egli si era cecamente, miseramente rassegnato alla sua schiavit. Egli diceva fra s: "Il destino mi ha condotto ad amare una donna di tal sorta: io devo accettarla com', con tutti i suoi difetti, coi suoi istinti di tradimento, con la sua bramosia di essere ammirata dal mondo, con la sua incapacit di rimaner fedele a un ideale o d'isolarsi nell'adorazione di un uomo. Io non posso svincolarmi da lei: ella mi avvince; io non posso vivere senza di lei, e devo subire in silenzio la tortura che la gelosia per lei mi far provare; io devo esser pago di ci che ella pu darmi, sapendo che non potr mai, per natura e per costume, essere esclusivamente mia come potrebbe esserlo una donna onesta." Cos egli diceva a se stesso, e si era proprio tracciato questo piano di condotta; ma ben presto si accorse di non esser tanto forte per adattarvisi; la sua gelosia era un fuoco divoratore, ed egli non poteva nasconderla.
"Domina, quel giovane mi descrisse l'effetto della gelosia in un cuore umano. Io non avevo mai immaginato che cosa essa fosse, e quando me lo descrisse, mi parve di guardare in un pozzo senza fondo, cinto dalle fiamme dell'inferno. Dalla profondit di quel pozzo, io misurai la profondit della sua passione per quella donna, e acquistai una idea di ci che pu essere l'amore umano, non la migliore specie dell'amore umano, ma tuttavia amore genuino, intenso, di qualsiasi specie. A quell'amore umano io pensavo la notte, paragonandolo con l'amore divino che la creatura pu avere per Iddio. E la mia sensazione di solitudine si accresceva, e mi parve di essere sempre stato solo. Ci vi pare strano, Domina? Nell'amore di Dio v'era calma, pace, riposo, un abbandono dell'anima nelle mani dell'Onnipossente; nell'altro amore a me descritto v'era irrequietezza, agitazione, tortura, il turbinio dell'anima spinta come un atomo in bala dei venti, il cuore divorato da una malattia, da un cancro. Da una parte v'era una bella fiducia, dall'altra una incessante angoscia di dubbio e di terrore. E tuttavia io giunsi a sentire che l'uno fosse un'irrealt in confronto dell'altro, come se nell'uno vi fosse una solitudine, nell'altro un'ardente compagnia. Io pensai alle braccia dell'Onnipossente, Domina, e alle braccia di una donna, e.... s, anelavo che mi fosse dato conoscere, almeno una volta, la stretta delle braccia di una donna attorno al mio collo, attorno al mio petto, il tocco della mano di una donna sul mio cuore.
"E di tutto ci io non feci mai parola nella confessione.
Egli s'interruppe, poi disse:
Perci le mie confessioni finirono con l'essere incomplete, false.
"Il forestiero mi raccont che, poich il suo amore era cresciuto, gli fu impossibile seguire il piano prestabilito, cio chiudere gli occhi alla vista di altri occhi ammiratori, desiderosi di quella donna, chiuder gli orecchi alle voci che sussurravano: "Tutto sar degli altri come vostro." Gli fu impossibile l'adattamento, e la sua gelosia lo tormentava tanto, ch'egli risolvette di fare ogni sforzo per aver quella donna soltanto per s. Egli sapeva di essere amato da lei, ma sapeva che, con tutta probabilit, l'amore non l'avrebbe mantenuta fedele a lui. Ella dava poco peso agl'intrighi passeggeri: le parevano inezie, cose insignificanti, senza importanza: cos gli diceva quando il giovane le parlava della sua gelosia. Ed ella affermava:
"Io amo voi, e non amo gli altri uomini: essi sono nella mia vita per un momento soltanto.
"Ma quel momento mi sprofonda nell'inferno! egli diceva.
"E le diceva che non poteva sopportarlo, che era impossibile, ch'ella doveva appartenere interamente e solamente a lui. Le offr perfino di sposarla, ed ella ne fu sorpresa, commossa: capiva quale sacrificio un matrimonio simile sarebbe per un uomo del suo grado. Egli era di buona nascita. La sua richiesta, la veemente persistenza ch'egli vi poneva, le fecero comprendere, pi di quel ch'ella non avesse ancora compreso, il suo amore; tuttavia esit: per tanto tempo era stata avvezza a una vita di libert, di mutevoli amori, che esitava a sottoporsi al giogo del matrimonio. Comprendeva benissimo il carattere di lui e la sua mira nello sposarla: sapeva che, come sua moglie, ella dovrebbe dare un eterno addio alla vita fino allora menata; e quella vita era per lei ormai una consuetudine che ella trovava addirittura di suo gusto; poich era oltremodo vana ed anche molto materiale, soggetta ai capricci fisici. Io sorvolo, Domina, su certi particolari che potrebbero ancor meglio spiegarvi l'esitazione di lei. Egli sapeva ci che la cagionava, e n'era sempre pi torturato; tuttavia persist, e finalmente vinse; ella consent a sposarlo, e si fidanzarono.
"Domina, non occorre che vi racconti ancor molto, ma vi dir soltanto che il fatto per il quale egli s'era allontanato dalla Francia, distrusse la sua felicit, lo condusse al monastero. Poco prima che il matrimonio avesse luogo egli scopr che, mentre erano fidanzati, quella donna aveva ceduto alle brame di un antico ammiratore che era andato a salutarla e a farle gli auguri per la sua nuova vita. Egli era stato sul punto di ucciderla; ma gli era riuscito di frenarsi e l'aveva lasciata. Messosi subito in viaggio, era andato a Tunisi, poi era venuto alla Trappa, e l egli vedeva la pace, pensando: "Potr mai afferrarla? Potrebbe essa far qualche cosa per me?" Mi vide e pens: "Io non sar proprio solo; quel frate che ha sempre vissuto in pace, che non ha mai conosciuto la tortura delle donne, non potr con la sua compagnia essermi di sollievo?"
"Tale era la sua storia, tale era la storia che penetr, con infiniti particolari che vi taccio, nei miei orecchi giorno per giorno; era la storia, voi lo capite, di una passione principalmente fisica; non voglio dire interamente fisica: io non so se niuna grande passione possa essere interamente fisica. Ma era la storia della passione di un corpo per un altro corpo, ed egli non si prov nemmeno a presentarmela come qualche cosa di diverso. Quell'uomo mi fece comprendere il significato del corpo, mentre per l'innanzi io non lo avevo mai capito; io non avevo mai sospettato l'immensit del significato che v' nelle cose fisiche; io non avevo mai compreso la carne, e ora la comprendevo. La solitudine mi opprimeva, mi divorava: la solitudine del corpo. "Dio  uno spirito, e coloro che lo adorano debbono adorarlo in ispirito." Ora io sentivo che adorare in ispirito non era abbastanza; sentivo anzi che era appena qualche cosa. Ripensai ancora alla mia vita come alla vita di uno scheletro in un mondo di scheletri; di nuovo la cappella fu come una valle piena di aride ossa. Era una sensazione spettrale. Io ero sospeso nel vuoto, io.... io.... Oh, non posso dirvi la mia esatta sensazione, ma mi pareva di essere la creatura pi solinga di tutto l'universo, e sentivo il bisogno di non esser solo, mentre, nella mia ignoranza e fatuit, avevo scelto la solitudine pensando che fosse il pi felice stato.
"Eppure mi direte che mi trovavo dinanzi allo scontento quasi frenetico di quell'uomo. Difatti, era cos; ma era inutile, io lo invidiavo perfino nel suo stato presente. Egli provava il bisogno di aver qualche consolazione da me. Oh, l'ironia di quel mio conforto! Ne ridevo amaramente in cuor mio. Quando tentavo di consolarlo, sapevo che io ero l'incarnazione della bugia. Egli mi aveva detto il significato del corpo, e intanto aveva divelto da me il significato dello spirito. E dopo egli mi diceva:
"Fatemi sentire il significato dello spirito; se posso afferrarlo, ne trarr conforto.
"Egli supplicava, per aver da me ci che pi non possedevo: la pace di Dio che sorpassa l'intelletto. Domina, potete lontanamente capire che cosa fosse questo per me? Potete farvene un'idea? Potete?... V' da maravigliarsi ch'io non potessi far nulla per lui, per lui che aveva fatto a me una cosa tanto tremenda? V' da maravigliarsene? Ben presto egli comprese che non troverebbe pace con me nel giardino; eppure rimaneva fra noi: perch? Non sapeva dove andare, che cosa fare. La vita non gli offriva che orrori; la sua bramosia di tutto esperimentare lo aveva abbandonato; il suo amore per la vita era affatto svanito. Egli vedeva la vita mondana come un incubo, e non aveva nulla da sostituire a quella; anche nel monastero era incessantemente torturato dalla gelosia. Nella sua testa ferveva di continuo il pensiero di quella donna che egli si raffigurava nella solita vita d'instabilit, d'intrigo, fra nuovi amanti, con nuove speranze e mire in cui egli non aveva parte, in cui la sua immagine sarebbe cancellata perfino dalla memoria di lei. Egli soffriva, soffriva come pochi soffrono. Ma io credo di aver sofferto pi di lui. Alla malinconia era subentrata una brama divorante: la brama della carne che desiderava di aver vissuto, che agognava di vivere, che anelava di.... conoscere.
"Domina, io non posso dir pi che cos a voi.... a voi che io amo con lo spirito e con la carne. Verr all'epilogo, all'episodio che fece s che il mio corpo insorgesse, abbattesse la mia anima, la calpestasse, per precipitarsi nel mondo come un lupo affamato.
"Un giorno il Padre Superiore mi diede speciale licenza di passeggiare col nostro ospite oltre le mura del monastero, verso il mare. Tale licenza era un avvenimento nella mia vita, e mi eccit pi di quel che non potreste immaginare. Seppi poi che il forestiero aveva chiesto lui quel permesso di farmi uscire.
"Andate molto a genio al nostro ospite, mi disse il Padre Superiore. Credo che se v' qualcuno che possa condurlo alla calma, siete proprio voi. Voi avete esercitato una grande azione su lui.
"Domina, quando il Padre Superiore mi parl a questo modo, la mia bocca si contrasse subito in un sorriso; sorridono cos i demoni, credo. Mi misi la mano sul viso. Vidi il Padre Superiore che mi guardava con un'ombra di sorpresa negli occhi calmi e gravi, e subito mi contenni; ma non dissi nulla; non potevo dir nulla; e uscii dal parlatorio prontamente, ma con una sensazione di vergogna.
"Venite con me? disse il forestiero.
"S, risposi.
"Era una fiammeggiante giornata del giugno inoltrato. L'Affrica era inondata di uno sfolgorio di luce abbagliante. Io andai nella mia cella e presi un paio di lenti turchine e il mio ampio cappello di paglia, il cappello con cui solevo gi lavorare nei campi. Quando uscii, il forestiero era fermo nel viottolo del giardino: con una mano egli faceva oscillare una mazza; l'altra, che gli pendeva lungo il fianco, si contraeva nervosamente. Nel luccichio del sole il suo viso pareva quello di uno spettro; nei suoi occhi sembrava esservi uno sgomento senza speranza.
"Siete pronto? egli disse. Possiamo andare.
"Uscimmo, camminando lentamente.
"Un po' di moto, qualche passo.... talvolta fa un po' bene, disse. Se uno pu stancare il corpo, la mente talvolta pu rimanere quieta per un momento. Oh, se potesse rimaner quieta per sempre!
"Io non dissi nulla: non potevo dir nulla, poich la mia febbre era di certo come la sua febbre.
"Dove andiamo? egli domand quando giungemmo alla casetta del custode del cancello presso il cimitero.
"Non possiamo camminare al sole, risposi. Entriamo nei boschi di eucalitti.
"I primi Trappisti avevano piantato foreste di eucalitti per tener lontane le febbri che talvolta vengono nell'estate affricana. Dopo aver camminato un lungo tratto in aperta campagna, entrammo in un folto bosco; l incominciammo a camminare pi lentamente. Nel bosco non v'era un'anima; il caldo silenzio era profondo. Il forestiero si tolse l'elmetto bianco e prosegu portandolo in mano. Fin che non ci fummo parecchio spinti nella foresta egli non parl; poi proruppe:
"Padre, io non posso lottare pi a lungo.
"Parlava bruscamente, con voce dura.
"Dovete cercare di farvi coraggio, gli dissi.
"E chi pu infondermelo? egli esclam. No, no, non mi rispondete: "Dio." Se v' un Dio, quel Dio mi odia.
"Quando egli disse queste parole, mi parve che la mia anima fremesse. Le mie labbra erano aride; io sentii stringermi il cuore, ma feci uno sforzo e risposi:
"Iddio non odia alcun essere da Lui creato.
"Come potete saperlo? Quasi ogni uomo, forse ogni vivente, odia qualcuno. Perch non...?
"Paragonare Iddio a un uomo  una bestemmia, io risposi.
"Non siamo noi fatti a sua immagine? Padre,  proprio come ho detto: io non posso lottare pi a lungo: bisogna che la finisca. Io vorrei ora.... tante volte vorrei aver ceduto al mio primo impulso di ucciderla. Che cosa mai far adesso? Che cosa far in questo momento?
"Tacque, e batt la mazza in terra.
"Voi non potete figurarvi l'infinita tortura che v' nel sapere che, laggi lontano, ella mena sempre quella maledetta vita, che  libera di continuare ad agire come ha sempre agito. Ogni momento io immagino.... mi par di vedere....
"Egli cacci rabbiosamente la mazza nel terreno.
"Se l'avessi uccisa, disse sottovoce, almeno ora saprei ch'ella dorme.... sola.... l, l.... sotto terra; saprei che il suo corpo si  disfatto in polvere, che le sue labbra non possono baciar nessun uomo, che le sue braccia non potranno pi stringerne un altro come strinsero me.
"Tacete, tacete! io dissi severamente. Voi torturate a bella posta voi stesso e me.
"Egli mi sbarr gli occhi in volto.
"Voi? Che cosa intendete di dire?
"Io non devo ascoltare tali cose, ripresi. Esse fanno male a voi e a me.
"Come possono far male a voi.... a un frate?
"Certi discorsi sono cattivi, cattivi per tutti.
"Allora tacer; andr a trovare il silenzio; vi andr presto.
"Io capii ch'egli pensava di por fine ai suoi giorni.
"Vi sono pochi uomini, io dissi parlando deliberatamente, con sforzo, che in qualche periodo della loro vita non sentano che tutto  finito per loro, che non v' pi nulla in cui sperare, che la felicit  un sogno che non li visiter pi.
"Avete provato anche voi qualche cosa di simile? Voi ne parlate con calma; ma vi siete passato voi pure?
"Io esitai, poi dissi:
"S.
"Voi, voi che siete frate da tanti anni?
"S.
"Dopo che siete qui dentro?
"S, dopo.
"E vorreste dirmi che quel sentimento fu passeggero, che la calma ritorn, ed anche ci che voi chiamate un sogno?
"Io volevo dire che ci che ha vissuto in un cuore pu morire, come noi che viviamo in questo mondo possiamo morire.
"Ah, quanto a questo, pi presto che avvenisse, meglio sarebbe! Ma credo che sbagliate: talvolta una cosa vive nel cuore fino a che il cuore non cessa di battere: tale  la mia passione, la mia tortura. Oh, no, non mi dite, non osate di dirmi, voi, frate, che questo mio amore pu morire!
"Non desiderate voi che esso muoia? domandai. Voi dite che vi tortura.
"S, ma non.... non.... io non desidero che esso muoia; non ho potuto mai desiderarlo.
"Io credo di aver guardato quel giovane con profonda sorpresa.
"Ah, voi non capite! egli disse. Voi non capite! Ad ogni costo bisogna conservarlo, il proprio amore. Con esso io vivo, come voi vedete; ma senza di esso, o uomo, senza di esso, io non sarei nulla, non sarei nulla pi di questa foglia.
"Raccolse una foglia marcita, l'accost a me e la gett in terra; io vi posai appena gli occhi. Egli mi aveva detto: "Uomo!" Quella parola, detta cos da lui, sembrava segnare l'enorme cambiamento avvenuto in me, indicare che esso era visibile agli occhi altrui, al cuore altrui. Io ero passato dal frate, dall'essere senza sesso, all'uomo. Egli mi poneva accanto a s, parlava di me come se io fossi come lui. Fui preso da una violenta eccitazione. Io credo che.... cio, non so che cosa avrei detto o fatto, se in quel momento un ragazzo, servitorello del monastero, non fosse venuto correndo verso di noi, con una lettera in mano.
"Questa  per il signore, disse. L'hanno lasciata al cancello.
"Una lettera per me? fece il forestiero.
"Stese la mano e la prese con indifferenza. Il ragazzo, dopo averla consegnata, volse le spalle e se ne ritorn via per il bosco. Allora il forestiero guard la busta. Domina, vorrei potervi descrivere, quale io lo vidi, il cambiamento che avvenne in lui; ma non  possibile: certe cose bisogna vederle coi propri occhi: la lingua non pu raccontarle. Il pallore spettrale spar dal suo volto che una calda ondata di sangue color fino alla radice dei capelli; le mani e tutto il corpo gli cominciarono a tremare violentemente; gli occhi, fissi sulla busta, rifulsero con un'espressione che faceva pensare a tutta l'eccitazione del mondo raccolta in due scintille. La mazza gli sfugg di mano, ed egli sedette sul tronco di un albero, quasi vi si butt sopra.
"Padre! egli mormor. Non  venuta per la posta, non  venuta per la posta!
"Io non capivo.
"Che cosa volete dire? domandai.
"Che....
"L'ondata spar dal suo volto, ed egli ritorn mortalmente pallido.
"Leggete voi per me! disse porgendomi la lettera. Io non vedo, non vedo pi nulla.
"Presi la lettera, ed egli si nascose il volto tra le mani: l'aprii, e lessi:
Grand Htel, Tunisi.
"Mi  riuscito di scoprire dove siete, e sono venuta. Perdonatemi.... se potete. Io sar vostra sposa.... o conviver con voi, come volete; ma non posso vivere senza voi. So che le donne non hanno accesso nel monastero; uscite fuori sulla via che conduce a Tunisi: io sono l; venite almeno per un momento a parlarmi.
"VERONICA."
"Domina, io lessi quel biglietto lentamente, e fu come se leggessi il mio proprio destino. Quando ebbi finito, il giovane si alz: aveva ancora il viso cinereo e tremava.
"Da che parte si trova la strada indicata nella lettera? egli disse. Lo sapete voi?
"S.
"Accompagnatemi dunque voi, vi prego; datemi il vostro braccio, padre.
"Egli lo prese, e vi si appoggi pesantemente. Camminammo per il bosco verso la strada maestra. Bisogn quasi che lo sostenessi. La via pareva lunga; io mi sentivo stanco, sofferente, come se durassi fatica a muovermi, come se portassi.... come se portassi una croce troppo pesante per me. Finalmente giungemmo fuori dell'ombra degli alberi, nello splendore del sole. Un campo pianeggiante ci divideva dalla bianca strada.
"V' l.... v' l una vettura? egli mi sussurr in un orecchio.
"Io guardai di l dal campo e vidi nella strada una vettura ferma.
"S, dissi.
"Mi fermai, e cercai di svincolare il suo braccio dal mio.
"Andate, dissi. Andate l!
"Non posso: venite con me, padre.
"Seguitammo a camminare nel sole accecante; io tenevo lo sguardo abbassato sulla terra screpolata, mentre camminavo. A un tratto vidi ai miei piedi la polvere bianca della strada, e al tempo stesso udii un grido di donna. Il forestiero ritrasse violentemente il suo braccio di sotto al mio.
"Padre, egli disse, a rivederci. Dio vi benedica!
"Mi aveva lasciato. Io rimasi l, e per un momento udii il rumore delle ruote; poi alzai gli occhi.... Vidi un uomo e una donna insieme, Domina: i loro volti erano come i volti degli angeli, pieni di felicit. Poi la polvere si sollev nel sole, il rumore delle ruote langu.... Ero solo.
"Credo di esser rimasto l un pezzo prima di riprender la via del monastero. Domina, quella notte io lasciai le sue mura! Ero come pazzo. Al desiderio di vivere era subentrata la risoluzione di vivere: non pensavo ad altro. Quella sera, nella cappella, io non udivo niente, io non vedevo i monaci. Non mi arrischiavo a pregare, perch sapevo che me ne sarei andato. Andarmene era per me ben facile: dormivo solo nella foresteria della quale avevo la chiave. Quando fu notte aprii la porta; camminai fino al cimitero, passando fra le stazioni della Via Crucis che non vidi. Nel cimitero v'era una scala, come vi ho gi detto.
"Un po' prima dell'alba giunsi alla casa di mio fratello fuori di Tunisi, non lungi dal Bardo: bussai. Mio fratello stesso venne a veder chi era. Vi dissi gi ch'egli non professava alcuna religione, e gli era sempre rincresciuto ch'io fossi frate. Io gli raccontai tutto, senza reticenze; gli dissi:
"Aiutatemi ad andarmene. Fate ch'io vada in qualsiasi posto.... solo.
"Egli mi diede vesti e denaro. Io mi rasi completamente la faccia e mi tagliai i capelli fino alla cute, in modo che la tonsura non fosse pi visibile. Nel pomeriggio di quel giorno stesso lasciai Tunisi: ero sguinzagliato nella vita, Domina! Domina, non vi dir dove errai fin che non giunsi nel deserto, fin che non incontrai voi.
"Io ero sguinzagliato nella vita, ma, con la mia libert, il desiderio di vivere pareva morire in me. Avevo paura della vita; ero assalito da terrori; ero stato frate per tanto tempo, che non sapevo vivere come gli altri uomini. Io non vissi, io non vissi mai.... fino a che non incontrai voi. E allora, allora capii che cosa poteva essere la vita, allora capii pienamente ci che fosse. Lottai, combattei contro me stesso. Voi sapete.... ora, se guardate indietro, credo che possiate sapere come mi sforzassi.... tante volte, spesso.... come mi sforzassi di.... di....
La sua voce si spezz.
Quell'ultimo giorno nel giardino pensavo di aver vinto me stesso, e fu invece in quel momento che caddi per sempre. Quando seppi che mi amavate, io non potei pi combattere. Comprendete, Domina? Voi mi avete veduto, voi avete vissuto con me, voi avete indovinato il mio tormento; ma non.... ma non crediate, Domina, che dipendesse da voi: era la conoscenza della mia menzogna verso di voi, della mia menzogna verso Dio che.... che.... Non posso proseguire.... non posso dirvi altro.... sapete da voi.
Egli tacque. Domina non disse nulla, non si mosse. Egli non la guardava, ma il suo silenzio pareva atterrirlo. Volle sottrarvisi, e mosse verso il deserto: poi si ferm, fissando i vasti spazi illuminati dalla luna. Ella rimase ancora immobile.
Me ne ander, egli disse in un sussurro. Me ne ander.
E fece un passo innanzi. Allora Domina parl.
Boris! ella disse.
Egli si ferm.
Che c'? mormor con voce fioca.
Boris, ora finalmente.... ora potete pregare.
Androvsky la guard come atterrito.
Pregare! mormor. Voi mi dite che io posso pregare.... ora!
Ora finalmente.
Domina entr nella tenda e lo lasci solo. Egli rimase un momento dov'era: sapeva che dentro la tenda ella pregava. Rimase l, cercando di udirla pregare; poi, con mano incerta, si frug in seno, e ne trasse il crocifisso di legno. Abbass il capo, lo tocc con le labbra, e cadde in ginocchio nel deserto.
La musica in citt era cessata. V'era un gran silenzio.
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LIBRO SESTO.
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IL VIAGGIO DI RITORNO.
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Capitolo 1.
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Il buon prete di Amara, trovandosi per caso a girellare il giorno dopo verso l'ora del pranzo nei pressi dell'accampamento degli ospitali forestieri, fu sorpreso e addolorato di trovar soltanto la collina di sabbia sparsa di residui. Tende, cammelli, muli, cavalli, tutto era andato via: non pi servi che lo salutassero, non pi cuoco nell'esercizio delle sue funzioni, non pi una gentile ospite che lo invitasse ad entrare nella tenda e a rimanere a pranzo. Tutto sgomento, egli si guard intorno e cerc di veder qualcuno. Un arabo gli raccont che la mattina l'accampamento era stato tolto e che prima di mezzogiorno s'era gi spinto parecchio nella sua via verso settentrione. Il prete si era recato a cavallo a un'oasi non lontana, per cui non aveva saputo niente di quella fuga; ne domand spiegazione, e gli furono dette cento bugie: quella pi spesso ripetuta era che il marito della signora soffriva troppo per il caldo e che per tal ragione i forestieri si recavano in un clima pi fresco di l dal deserto.
Nell'udir ci, il prete prov come un senso di solitudine. Il suo viso per il solito ridente si rabbui. Per un momento detest la sua sorte nelle sabbie e sospir le casseruole della civilt. Con l'ombrello bianco aperto sul suo elmetto egli rimase fermo a guardare verso settentrione attraverso i vasti spazi che nel tramonto erano di un giallo color limone; gli pareva di veder vagamente nell'orizzonte una nube turbinante di granelli di rena, e s'immaginava che fosse sollevata dalla carovana dei due forestieri. Poi pens alle ricche terre del Tella, ai boschetti di olivi di Tunisi, all'azzurro Mediterraneo, alla Francia, alla patria non veduta da tanti anni, ed emise un profondo sospiro.
"Felici mortali!" pens. "Ricchi, liberi, padroni di fare ci che vogliono, di andare dove vogliono! Perch nacqui per vivere nelle sabbie ed esser solo?"
Si sent mosso da invidia. Ma poi si ramment del colloquio avuto con Androvsky il giorno prima.
"Poi alla fine", pens, quasi per consolarsi "non mi pareva un uomo tanto felice!"
E redargu se stesso per il suo peccato d'invidia, e and piano piano all'albergo presso la fontana dove stava a pensione.
Lo stesso giorno, in casa del marab di Beni-Hassan, il conte Anteoni ricev la seguente lettera portata da un arabo:
"Amara.
Mio caro amico. A rivederci. Noi ce ne andiamo. Credevo di star qui di pi, ma dobbiamo andar via. Ritorniamo nel settentrione e non penetreremo pi oltre nel deserto. Io penser a voi e alle vostre peregrinazioni fra la gente della vostra fede. Voi mi diceste, quando sedemmo davanti alla tenda, che ora potevate pregare nel deserto. Pregate per noi nel deserto. E un'altra cosa. Se non ritornerete mai a Beni-Mora, e il vostro giardino dovesse passare in altre mani, fate che non vada in quelle di un estraneo. Io non potrei sopportarlo. Fate che lo abbia io, a qualunque prezzo vi piaccia stimarlo. Perdonatemi di scrivervi questo: forse ritornerete, o forse, anche se non ritornerete, terrete lo stesso il vostro giardino. Vostra amica
"DOMINA."
Un poscritto recava l'indirizzo a cui ella avrebbe potuto essere sempre trovata.
Il conte Anteoni lesse attentamente questa lettera due o tre volte col viso serio.
"Perch non ha firmato Domina Androvsky?" disse fra s.
E serr la lettera in una cassetta. Per tutta la notte egli fu assillato dal pensiero del giardino: gli pareva ancora di stare con Domina accanto al bianco muro e di vedere, nell'ardente lontananza del deserto, alla invocazione del muezzin, gli arabi che si prostravano in preghiera, e l'uomo, l'uomo a cui ella si era adesso legata col pi santo vincolo, rifuggire come inorridito dalla preghiera.
"Ma era scritto", mormor fra s "era scritto nella sabbia e nel fuoco: "Ogni uomo porta avvinto al collo il suo destino."
All'alba, quando, rivolto verso il sole che sorgeva, egli pregava, il conte si ricordava di Domina e delle sue parole: "Pregate per noi nel deserto." E nel Giardino di Allah preg Allah per lei e per Androvsky.
Intanto l'accampamento era stato tolto, e s'era compiuta la prima tappa del viaggio verso settentrione, del viaggio di ritorno. Domina aveva dato l'ordine della partenza, ma prima aveva parlato con Androvsky.
Dopo la sua narrazione e dopo le parole di lei, egli non era entrato nella tenda, n ella lo aveva invitato ad entrarvi. Domina non lo vide nel lume di luna di l dalla tenda, n quando il lume di luna svan prima dello spuntar dell'alba. Ella era in ginocchio, col viso nascosto tra le mani, lottando come di certo poche creature umane dovettero mai lottare nei pi duri momenti della vita. Sulle prime ella si era sentita quasi calma. Quando aveva parlato ad Androvsky, v'era stata nel suo cuore una sensazione strana, che poco differiva dal trionfo: in quel trionfo ella si era sentita come sciolta dal proprio corpo, quasi ella fosse uno spirito che rimanesse l, liberato dal dolore terrestre, ma atto a contemplarlo, a comprenderlo, ad averne piet; liberato dal peccato terrestre, ma capace di compiere un'azione che potesse aiutare a purgarlo.
Quando ella disse ad Androvsky: "Ora potete pregare", Domina era passata in una regione dove l'io non esisteva. Tutta l'anima sua era intenta a quell'uomo a cui ella aveva dato tutti i tesori del proprio cuore, e che sapeva ora spasimante come spasimano le anime nel Purgatorio. Finalmente egli aveva parlato, aveva messo a nudo il suo tormento, il suo delitto, aveva messo a nudo l'agonia di uno che aveva insultato Dio, ma che si pentiva del suo insulto; che era andato errando lontano da Dio, ma che non poteva mai esser felice in quel suo errare, che non poteva trovar mai pace, neppure in un possente amore umano, se quell'amore non fosse consacrato dall'appagamento di quello di Dio.
Mentre stava l Domina ebbe un istante di assoluta chiaroveggenza nelle profondit di un altro cuore, di un'altra natura. Ella aveva veduto il frate in Androvsky, non ucciso dal suo atto di ribellione, ma vivo, colpito dal dolore, tremante, abbattuto. Ed era stata capace di dire a quel frate, poich sembrava che Dio parlasse per bocca di lei e la prendesse per suo messaggero, che ora finalmente egli poteva pregare un Dio che di nuovo lo ascolterebbe, come lo aveva ascoltato nel giardino di El-Largani, nella sua cella, nella cappella, nei campi. Ella era stata capace di far questo; poi si era voltata, era andata nella tenda, e si era buttata in ginocchio.
Ma con quell'atto spontaneo il senso di trionfo svan in lei. Mentre il suo corpo si accasciava, la sua anima sembrava ricader con esso in profondit sconfinate di oscurit, dove non era mai stata alcuna luce, in un mondo sotterraneo, privo di aria, popolato d'invisibile violenza. E le pareva che il suo precedente volo in alto avesse cagionato quella discesa in un luogo che non era di certo stato mai visitato da anima umana. Tutta l'abnegazione spar a un tratto da lei, e fu sostituita da un ardente senso della propria individualit, di ci che le era dovuto, di ci che le era stato fatto, di ci che era adesso. Ella la vide come un velo che fosse stato bianco e che ora fosse insozzato da una macchia indelebile. E si sent accesa d'ira, di uno sdegno furente che la spingeva a imprecare non solo contro quell'uomo, ma anche contro Dio. La forza del suo carattere parve cambiarsi in selvaggia amarezza; le dolci acque divennero per lei amare di sale. Ella, che era stata capace un momento prima di dire ad Androvsky, quasi con tenerezza: "Ora finalmente potete pregare", stava adesso in ginocchio odiandolo, odiando se stessa.... di certo, odiando Dio. Era una terribile sensazione.
Anima e corpo si sentivano contaminati. Ella vedeva Androvsky insinuarsi nella sua pura vita, ghermirla come una preda, trascinarla in un fango che nulla poteva detergere. E chi aveva permesso che egli le facesse quell'offesa mortale? Dio. Ed ella si prostrava a quel Dio che permetteva questo? Ella era in atteggiamento di preghiera, ma tutto il suo essere si ribellava alla preghiera: le pareva di fare un furioso sforzo fisico per sollevarsi di sui ginocchi, ma che il suo corpo fosse paralizzato e non potesse obbedire alla sua volont. Rimase dunque inginocchiata come una donna nei ceppi, come un bestemmiatore legato da funi in attitudine di preghiera, ma con l'anima imprecante contro il cielo.
A un tratto si ricord che fuori Androvsky stava pregando, ch'ella aveva inteso di unirsi a lui nella preghiera. Ella aveva pensato, dunque, a un'ulteriore e pi profonda unione con lui. Era una pazza? Era una schiava? Era come una di quelle donne della storia che, prese a forza, si rassegnavano ad amare il predatore e ad obbedirlo. Ella cominci a detestare se stessa. E tuttavia s'inginocchi. Chiunque fosse venuto all'apertura della tenda, avrebbe veduto una donna apparentemente rapita in un'estasi di adorazione.
Quel suo grande amore a che cosa aveva portato? Quel risveglio della sua anima che significato aveva avuto? Iddio aveva mandato un uomo per svegliarla dal sonno acciocch ella potesse penetrar con lo sguardo nell'inferno. E con incessante ostinazione, ella riandava novamente gli episodi della sua passione nel deserto. Pens alla notte di Arba, quando Androvsky aveva spento la lampada: quella notte era stata per lei una notte di dedizione; nulla nell'anima sua era insorto per avvertirla: nessun istinto, nessun intuito femminile l'aveva trattenuta dall'involontario peccato. L'indovino che leggeva nella sabbia era stato pi avveduto di lei, il conte Anteoni pi perspicace, il prete di Beni-Mora meglio guidato dalla santit, dalla fiamma interna che guizza dinanzi al vento spirante dagli abissi del male. Iddio l'aveva accecata per farla cadere, aveva portato a lei Androvsky perch la sua religione, la fede cattolica, le divenisse esecranda per sempre. Mentre ella era in ginocchio, un tremito la scoteva tutta. La sua giovent era stata triste, tormentosa; ed ella era partita in pellegrinaggio per trovar la pace; era stata spinta a Beni-Mora. Si ricord del suo arrivo in Affrica, del fascino che era disceso su lei, della sensazione di aver lasciato per sempre, a grande distanza da s, l'antica vita coi suoi dolori. Si ricord della quiete goduta nel giardino del conte Anteoni, e come, quando ella vi entrava, le paresse di entrare nel paradiso terrestre, in un luogo preparato da Dio per chi fosse stanco, per chi come lei anelasse di rinnovar se stesso.
E in quel paradiso, nel suo pi intimo recesso, ella aveva premuto con le sue mani le tempie di Androvsky e aveva dato la propria vita, il proprio destino, il proprio cuore in possesso di lui. Quel giardino era l appunto per questo, perch ella potesse esser condotta a perpetrarvi quella cattiva azione. La sua anima si sentiva fisicamente malata; quanto al suo corpo.... ma in quel momento ben poco ella pensava al suo corpo; poich ella pensava alla sua anima come a un corpo, quasi fosse il pernio del suo corpo insozzato, contaminato, distrutto per sempre. Avvampava di vergogna, avvampava di furente indignazione. Sempre, fin da quando era bambina, se qualcuno la toccava senza ch'ella volesse, si era sentita la voglia di reagire; adesso era come se una mano impura si fosse posata sulla sua anima; e l'anima fremeva, anelante di sottrarvisi.
Di nuovo ella pens a Beni-Mora, a tutto quel che vi era avvenuto. Ella cap che nel suo soggiorno in quel paese un crescendo di calma era disceso in lei: calma dello spirito; un crescendo di forza: forza spirituale; un crescendo di fede e di speranza: la religione che quasi sembrava prima sfuggirle ella aveva potuto saldamente riafferrarla. L'anima sua, arrivata inferma a Beni-Mora, vi era entrata in convalescenza.
Prima, la sua anima era abbattuta, stanca, dolente, afflitta: in Beni-Mora si era eretta, aveva spaziato, cantato, come cantano in coro le stelle. Ma allora.... perch?... Se la fine doveva esser quella.... perch.... perch?
E, fattasi tale domanda, ella sost come dinanzi a una gran porta chiusa; poi torn indietro col pensiero: ricord di nuovo quel bel crescendo, quel graduale avvicinarsi al Dio dal quale ella era stata, se non interamente separata, almeno un po' discosta. Poteva ci essere accaduto affinch la sua catastrofe fosse pi completa, la sua rovina pi assoluta?
E allora, senza sapere perch, le parve di vedere, nelle mani che premevano il suo volto, parole scritte col fuoco, e di leggerle lentamente come un fanciullo che compita una lezione difficile, con intensa attenzione, con un impegno il cui risultato fosse un'eterna rimembranza:
"L'amore veglia, e anche dormendo  vigilante. Affaticato non si stanca; inceppato non si raffrena; minacciato non si turba; ma, come fiaccola vivace e ardente, guizza in alto, e va oltre sicuro. Chiunque ama conosce il grido di quella voce."
Il grido di quella voce! In quel momento, nel vasto silenzio del deserto, parve a Domina di udirlo: ed era il grido della sua stessa voce: era il grido della voce dell'anima sua.
Sussultando, ella alz il volto non pi coperto dalle mani e ascolt. Non spinse lo sguardo fuori dell'apertura della tenda, ma vide il lume di luna cadere sulla stuoia che ricopriva la sabbia dentro la tenda, e ripet: "L'amore veglia.... l'amore veglia.... l'amore veglia...." movendo le labbra come un bambino che legge stentatamente. Poi venne il pensiero: "Io veglio."
L'accesso d'ira che l'aveva assalita nel pensare a se stessa era svanito con la prontezza con cui l'aveva assalita.
L'amore veglia.... Io veglio.... Poi, un momento dopo: Dio mi vigila.
Ella torn pi volte a sussurrare quelle parole, e la rigidit cominci a sparire, e l'ira era morta. Aveva sempre sentito di essere stata quasi condotta in Affrica per qualche fine determinato. I liberi negri, lontano nel deserto, non cantavano il loro canto dei pi profondi misteri: "Solo il Creatore ed io, conosciamo il cuor mio"? E non l'aveva ella udito ripetere tante volte, e sempre con un senso di sacro terrore? Ella aveva ognora pensato che quelle parole fossero prodigiose e belle; ma aveva pensato che forse non erano vere. Aveva detto ad Androvsky che egli sapeva ci che v'era nel cuore di lei; e ora in quella notte, nella sua intensa calma, presso l'uomo che per tanto tempo non aveva osato pregare, ma che stava ora pregando, ella pens di nuovo che non fossero proprio vere: le pareva di non sapere che cosa ci fosse nel proprio cuore, e che ella stesse l aspettando che Dio venisse a lei e glielo dicesse. Verrebbe Egli? Domina aspettava: e si arm di pazienza.
Il silenzio fu lungo. La notte se ne andava volgendo i suoi pensieri a un mondo lontano. La luna vaniva, e un lieve soffio di vento quasi freddo spir sulle sabbie fra i boschetti del cimitero, e giunse all'uomo e alla donna che vegliavano genuflessi. Ma il vento langu appena alzato, e il rigido silenzio che precede l'alba afferr il deserto nella sua stretta. E Dio venne a Domina in silenzio: venne Allah attraverso il Giardino di Allah, ammantato ancora nelle ombre della notte. Una volta, mentre ella viaggiava sotto il mugghio della bufera, era stata in ascolto della voce del deserto, e mentre il deserto la prendeva, la sua voce le aveva parlato in un improvviso e magico silenzio, nel quietarsi del vento. Ora, in un pi magico silenzio, la voce di Dio le parlava. E la voce del deserto e di Dio erano come un'unica voce. Mentre ella stava ancora in ginocchio, ud Dio dirle che cosa v'era nel suo cuore. Fu una strana ed appassionata rivelazione.
Domina trem nell'udirla. Pi volte ella si sent spinta a gridare: "No, no, non  codesto!" E pi volte ella fu impaurita, impaurita di ci che questo.... di ci che quel che era nel suo cuore la condurrebbe a fare. Poich Dio le aveva parlato di una forza ancora ignota al suo cuore, di una forza che le pareva, che desiderava che il suo cuore non possedesse, di una forza da cui qualche cosa in lei rifuggiva, contro la quale qualche cosa in lei protestava. Ma Dio non poteva essere smentito: Egli le diceva che v'era in lei quella forza; le diceva che doveva adoprarla; le diceva che l'avrebbe adoprata. Ed ella cominci a comprendere qualche cosa del mistero dei voleri di Dio in relazione con se stessa, e a comprendere altres come anche coloro che lottano per la propria abnegazione, siano strettamente accompagnati dall'egoismo, come strettamente ella ne era stata accompagnata nel suo pellegrinaggio affricano. Tutto quello che era accaduto in Affrica ella lo aveva tranquillamente preso per s, come un dono fatto a lei, proprio a lei sola.
La pace che era discesa su lei era un balsamo per la sua anima ed era stata mandata semplicemente per questo, per sopire il dolore delle vecchie ferite, perch ella potesse starsene tranquillamente in riposo; il crescendo, il bel crescendo, di calma, di forza, di fede, di speranza, ch'ella aveva, per cos dire, udito come una nobile musica nel suo spirito, era stato il David mandato a sonar l'arpa al Saul che era in lei, acciocch dal suo Saul potesse esser fugato il nero demonio della irrequietezza, della disperazione. Ecco quel che ella aveva veduto. Ella aveva creduto di esser venuta in Affrica per se stessa; e ora Dio, nel silenzio, le diceva che non era cos, ch'Egli l'aveva portata in Affrica perch si sacrificasse alla redenzione di un altro. E mentre ella ascoltava a capo chino, con gli occhi che le si empivano di lacrime, di lacrime che cadevano sulle sue mani congiunte, ella cap che ci era vero, ella cap che Dio intendeva ch'ella scacciasse da s ogni egoismo, si alzasse al disopra di esso. Quelle ali d'aquila a cui ella aveva pensato, ora bisognava spiegarle: ella doveva librarsi dove dimorano gli angeli, dove si librano le donne buone nei grandi momenti del loro amore, sostenute dalle aure di Dio. Dal minareto della moschea di Sidi-Zerzur, mentre Androvsky rimaneva nella cupa ombra con una maledizione, ella era di certo salita, con la preghiera, un poco pi verso Dio. Ed ora Dio le diceva: "Sali pi in alto, avvicinati pi a me, porta, insieme con te, un altro: questo fu il mio intento nel condurti a Beni-Mora, nel condurti lontano nel deserto, nel condurti nel cuore del deserto."
Ella era stata condotta in Affrica per un preciso scopo, che ora sapeva qual fosse. Sulla moschea del minareto di Sidi-Zerzur ella aveva di certo veduto la preghiera che si avanzava, l'anima della preghiera che si avanzava. Ed aveva domandato a se stessa: "Verso dove?" Aveva domandato a se stessa dove sarebbe stato il punto di fermata, con la tenda finalmente drizzata, i fuochi dell'accampamento, e il lungo, lungo riposo. E quando era ridiscesa nel cortile della moschea e aveva trovato Androvsky intento a guardare il vecchio arabo imprecante contro la moschea e maledicente, ella aveva desiderato che Androvsky fosse salito con lei un po' pi verso Dio.
Egli poteva salire con lei. Sempre ella aveva anelato di vederlo un po' pi in alto di lei. Poteva ella lasciarlo in basso? Sent di non potere. Cap che Dio non intendeva ch'ella facesse questo: lo cap perfettamente. E le lacrime le sgorgarono dagli occhi. Perch ora veniva in lei la piena comprensione del suo amore per Androvsky: la rivelazione di lui non lo aveva ucciso, come, per un momento, nella sua ira piena di passione, era stata portata a pensare. Ora le pareva perfino che, sino a quell'ora di silenzio, ella non lo avesse mai veramente amato, non avesse mai saputo amare: nemmeno sotto la tenda ad Arba ella lo aveva amato pienamente, perfettamente; poich il pensiero di se stessa, il proprio desiderio, la propria passione erano entrati nel suo amore e vi si erano confusi. Ma ora lo amava in modo perfetto, perch amava come Dio intendeva ch'ella amasse: lo amava come un'inviata di Dio a lui.
Piangeva ancora, ma cominci a sentirsi pi calma, come se la quiete di quell'ora precedente l'alba le entrasse nell'anima. Ella non riguardava ormai se stessa che come un vaso in cui Dio versasse i suoi comandamenti e il suo amore.
Proprio mentre spuntava l'alba, mentre la prima striscia di luce si stendeva all'oriente e gettava un debole sprazzo d'oro sulle sabbie, Domina fu di nuovo conscia di un fremito di vita in s, del movimento del bambino che doveva nascer da lei. Allora ella rialz il capo non pi coperto dalla mano, guard verso oriente e mormor:
Datemi ancora forza per un'altra cosa.... datemi la forza di tacere!
Ella aspett quasi la risposta; poi si alz di ginocchioni, si bagn il viso e and fuori dall'apertura della tenda verso Androvsky.
Boris! ella disse.
Anch'egli si alz di ginocchioni e la guard tenendo in mano il crocifissino di legno.
Domina! egli disse con voce incerta.
Rimettetevelo in seno, Boris; per sempre.
Quasi meccanicamente, e senza distogliere lo sguardo da lei, egli si ripose in seno il crocifisso. Dopo un momento ella parl di nuovo, quietamente.
Boris, voi state qui poco volentieri; mi faceste capire che state qui per me. Andiamocene da Amara: andiamocene oggi stesso, subito, allo spuntar del giorno.
Andiamocene? disse.
V'era una profonda sorpresa nella sua voce.
S, rispose Domina.
Via da Amara.... voi ed io.... insieme?
S, Boris, insieme.
Dove.... dove possiamo andare?
La sorpresa pareva farsi ancor pi profonda nella sua voce; i suoi occhi fissavano Domina con una intensit quasi fiera. Un guizzo di luce interna le fece capire che, proprio allora, egli fantasticava su lei come non aveva mai fantasticato, fantasticava se ella fosse veramente la donna buona ai piedi della quale la sua anima percossa dal peccato s'era inchinata in adorazione. S, egli faceva a se stesso quella domanda.
Boris, ella disse, volete rimettervi in me? Noi abbiamo tante volte parlato della vita che meneremmo in futuro; abbiamo fantasticato quale potrebbe essere. Volete lasciarmi fare come credo meglio, lasciar disporre a me dell'avvenire?
E in cuor suo disse: "Secondo che Dio disporr."
S, Domina, egli rispose. Io sono nelle vostre mani, addirittura nelle vostre mani.
No, ella disse.
Nessuno dei due parl pi fino a quando la luce del sole non si fu stesa sulle torri e sui minareti di Amara. Allora Domina disse:
Partiremo oggi stesso, subito.
E quella mattina l'accampamento fu levato, e incominci il nuovo viaggio.... il viaggio di ritorno.
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Capitolo 2.
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Tra Domina e Androvsky era caduto un silenzio che nessuno dei due pareva capace di rompere. Cavalcarono a fianco attraverso le sabbie, verso il settentrione, tutta la giornata. Le torri di Amara scomparvero nel tramonto sopra le bianche creste delle dune; i villaggi arabi sulle collinette sparivano nel sole tremolante. Nuovi aspetti del deserto si aprivano dinanzi a loro: oasi coronate di palme, laghi salati e terreno sassoso; oltrepassarono citt indigene, videro i giardinieri negri ridere fra i rigagnoli di acqua gialla, o inerpicarsi coi piedi nudi sui tronchi rugosi degli alberi per staccare i rami secchi; udirono snelli caprai zufolare, solitari, nelle distese. Sogni del miraggio si alzarono e vanirono in lontananza all'orizzonte, si alzarono e vanirono misticamente, non lasciandosi dietro alcuna tremula traccia. E Domina e Androvsky erano silenziosi come il miraggio, ella meditando, egli fantasticando; e la lunga giornata svan, e verso sera l'accampamento fu preparato: e nemmeno allora essi poterono parlare.
Talvolta Androvsky la guardava e vedeva nel volto di lei una gran calma: ma non un rimprovero, non il minimo segno d'ira, nessun accenno alla disperazione. Egli aveva sempre sentito in lei forza di mente e di corpo, ma non mai come adesso. Poteva egli affidarvisi? Oserebbe farlo? Non lo sapeva. E la giornata gli pareva divenire un sogno, e il silenzio gli ricord il silenzio del monastero, in cui egli aveva adorato Dio prima che vi entrasse quel forestiero. Egli pens di dover capire che in quel silenzio Domina metteva a bella posta una barriera tra loro, ma.... era strano, non gli riusciva di persuadersene. Nel silenzio di lei non v'era amarezza: quando pu esservi amarezza nella forza? Egli continu a cavalcarle a fianco, e la sua sensazione di un sogno si approfond, aiutata dall'azione del deserto. Dove andavano? Egli non lo sapeva. Qual era l'intento di Domina? Egli non poteva dirlo; ma sapeva che in lei v'era un disegno che la sua mente aveva gi maturato. Di tanto in tanto, strappandosi con uno sforzo dal sogno, egli domandava a se stesso quale potesse essere quel disegno: che cosa poteva essergli riserbato, che cosa poteva esservi per loro dopo il racconto ch'egli le aveva fatto? Quale potrebbe essere la loro vita reciproca? Sarebbe possibile che tutto non fosse finito per sempre? Non vi sarebbero disunioni? Tutto non era polvere, come la polvere del deserto sollevata dai piedi dei loro cavalli? Il silenzio non poteva dirglielo, ed egli cess anche di fantasticare, e il sogno si chiuse intorno a lui. Non viaggiavano forse in un miraggio, miraggio anche loro, gente impalpabile, fantasmagorica, che or ora svanirebbe negli spazi del sole? La sabbia deformava le orme dei piedi dei cavalli. Il deserto cap il loro silenzio, lo ammant in un silenzio pi vasto e pi impenetrabile. Androvsky aveva fatto il suo sforzo: aveva finalmente raccontato la verit. Egli non poteva far di pi, era incapace di un'ulteriore azione. Come Domina si sentiva nelle mani di Dio, egli si sentiva nelle mani di quella donna che aveva ricevuto la sua confessione con la calma prodigiosa con cui lo conduceva, egli non sapeva dove, in quel prodigioso silenzio.
Quando furono piantate le tende, Androvsky not tuttavia qualche cosa che lo trasse bruscamente dalle sue illusorie e fantastiche sensazioni, e lo pose dinanzi a una realt fredda come l'acciaio. Fino allora la tenda che serviva da spogliatoio era sempre stata drizzata accanto alla tenda che faceva loro da camera, col telo che ne chiudeva l'apertura sollevato, perch le due tende fossero in comunicazione tra loro: quella sera essa era stata drizzata a parte, presso la tenda che faceva da camera, e v'era stato posto uno dei piccoli letti da campo. Androvsky era solo quando se ne accorse; giunto al luogo di sosta, egli aveva camminato un po' a piedi nel deserto: ritornando, trov quel cambiamento, da cui argu qualche cosa di ci che passava per la mente di Domina e che gli parve segnare la trasformazione della loro vita.
Nel guardare le due tende egli si sent colpito, e tuttavia prov un curioso senso, qualche cosa che era quasi come un sollievo. Pareva che il suo corpo avesse ricevuto un tremendo colpo, e che nella sua anima si fosse lievemente posata la mano di una santa; come se qualche cosa crollasse intorno a lui, e al tempo stesso un edifizio ch'egli amava, e che per un momento aveva pensato pencolante, si ergesse fermo dinanzi a lui, fondato nella roccia. Egli era un uomo capace di un'ardente fede, nonostante il suo peccato, e aveva avuto sempre un'ardente fede nella religione di Domina. Quella mattina, quando ella era andata a lui nella sabbia, un dubbio momentaneo lo aveva assalito; egli aveva avuto questo pensiero: "Mi ama ella ancora? Mi ama ella pi di quel che non ami Dio, pi di quel che non ami i suoi precetti manifestati dalla religione cattolica?" Quando ella aveva detto la parola "insieme", il pensiero di lui era stato quello. Ora, mentre egli guardava le due tende, una bianca luce sembr scendere sul carattere di Domina, e in quella bianca luce stavano insieme la rovina e la casa fondata su una roccia. Egli era straziato dal conflitto delle due sensazioni di disperazione e di trionfo. Domina era quale egli l'aveva creduta, e da ci il trionfo; ma poich ella era cos, quale sarebbe il suo avvenire con lei? Il monaco e l'uomo che era fuggito dal monastero insorgevano in lui per muover battaglia: il monaco godeva del trionfo, ma l'uomo si sentiva tormentato.
Ora, mentre Androvsky guardava le due tende, il monaco in lui parve morire di una nuova morte, l'uomo che aveva lasciato il monastero parve conoscere una nuova resurrezione. Egli era preso da un furioso desiderio di tornare indietro col tempo, di tornare indietro soltanto di qualche ora, al momento in cui Domina non sapeva ci che ormai le era noto. Si maledisse per quel che aveva fatto. Finalmente gli era riuscito di pregare, s; ma che cos'era adesso, che cos'era la preghiera per l'uomo che guardava le due tende e capiva che cosa volevano dire? Egli si mosse e cominci a camminare in su e in gi presso le due tende; non sapeva dove fosse Domina. Vide a qualche distanza i servi occupati a preparare la cena. Il fumo si alzava dinanzi alla tenda del cuoco, disperdendosi in spire tra un ciuffo di palmizi, sotto i quali si raggruppavano alcuni ragazzi arabi spalancando gli occhi maravigliati alla insolita vista dei viaggiatori. Essi venivano da un piccolo villaggio poco lontano, mezzo nascosto fra giardini di palme. I cammelli ruminavano, una mula si rotolava voluttuosamente nella sabbia. A un pozzo, un pastore abbeverava il suo gregge, che gli si affollava intorno belando impaziente. L'aria sembrava spirare un sottile aroma di pace e di libert; e quella apparenza di pace, quella visione della calma degli altri, creature umane e animali, accrebbe la tortura di Androvsky. Mentre egli camminava in su e in gi, gli pareva di sentirsi divorato dalle sue passioni, come se stesse per perdere le ultime tracce del dominio di se stesso. Giammai nel monastero, nemmeno nella notte in cui lo aveva lasciato, egli era stato tormentato a quel modo; perch ora aveva un compagno terribile che a quel tempo egli non aveva conosciuto. La memoria camminava con lui dinanzi alle tende, la memoria del suo corpo evocante e invocante il passato.
Egli aveva distrutto da s quel passato; se non fosse stato lui, esso poteva essere il presente, il futuro: avrebbe potuto durare degli anni, forse fino a che la morte non avesse preso lui o Domina. Perch no? Bastava ch'egli stesse zitto, che insistesse per rimaner nel deserto, lontano dal rumore degli uomini: avrebbero potuto vivere come vivono tanti altri che amano la vita libera, solitaria, in un'oasi di loro propriet, attendendo ai loro giardini di palme. La vita sarebbe scorsa come un sogno dorato di sole. E la morte? A quel pensiero egli sussult. La morte.... che cosa sarebbe stata per lui? Che cosa sarebbe ora quando verrebbe? Egli respinse energicamente quel pensiero, come un uomo allontana da s la sozza mano di un ignoto schiamazzatore che lo assale per via.
Quella sera egli non aveva tempo di pensare alla morte: bastava la vita, la vita col terrore ch'egli stesso vi aveva messo.
Egli si giudic pazzo per aver parlato a Domina, e come pazzo si maledisse; poich sapeva, bench lottasse furiosamente per non sapere, com'era irrevocabile quell'atto, per la gran forza del carattere di lei. Egli sapeva che bench ella fosse stata per lui una donna di fuoco, poteva ora essere una donna di ferro anche per l'uomo ch'ella amava.
Come lo aveva amato!
Egli cammin pi speditamente in gi e in su fra le tende.
Come lo aveva amato! Come lo amava ancora, in quel momento, dopo aver saputo chi egli fosse, ci che le aveva fatto! Egli non aveva alcun dubbio sull'amore di lei, mentre camminava: lo sentiva come una tenera mano su lui; ma quella mano era altres inflessibile: nella sua delicatezza v'era fermezza, una fermezza che non cederebbe mai a niuna forza ch'egli avesse in s.
Quelle due tende gli dicevano la storia della forza di Domina: nel guardarle, egli le guardava dentro all'anima; e quell'anima era in diretto contrasto con quella di lui, lo sentiva. Ella aveva pensato, aveva gi fatto il suo piano; con calma, tacitamente, Domina aveva agito: ma in quella tacita azione ella gli aveva parlato, gli aveva detto una cosa tremenda. E l'uomo.... l'uomo pieno di ardore che aveva lasciato il monastero, l'uomo ora sfrenato, si sentiva infiammato da un impotente desiderio, quasi da una vampa di furore contro Domina, mentre il monaco nascosto nell'intimo di lui adorava in cuor suo la limpidit dello spirito di quella donna.
Ma l'uomo che aveva lasciato il monastero preponderava sull'altro, e finalmente lo trasse a una risoluzione che il monaco riconobbe in cuor suo del tutto vana. Egli deliber di mettersi in conflitto con la forza di Domina; sent che doveva farlo, che non poteva con calma, senza una parola, accettare cos all'improvviso quella nuova vita di separazione, per lui simboleggiata dalle due tende non pi unite.
Rimase immobile. In lontananza, sotto le palme, egli vedeva Batouch ridere con Uardi; l presso, Al riposava su una stuoia, movendo il capo da una spalla all'altra, sorridendo con gli occhi socchiusi, distratti, e cantando una languida canzone.
Quella musica lo esasper.
Batouch! chiam bruscamente.
Batouch smise di ridere, si diede una guardata intorno, poi and a lui con passo grave, dondolandosi sulle anche.
Signore?
Batouch! disse Androvsky.
Ma non pot proseguire: non poteva dire a un servo qualche cosa sulle due tende.
Dove.... dov' la signora? domand quasi balbettando.
L fuori, signore.
Col braccio teso il poeta accenn un poggetto di sabbia coronato da poche palme; Domina era seduta l, circondata da ragazzi arabi ai quali ella dava dei dolci che traeva da una scatola. Nel vederla, l'ira di Androvsky irruppe pi fremente: quell'atto di Domina, semplice, naturale com'era, gli parve nel suo stato presente crudelmente spietato. Egli la vedeva impartir l'ordine riguardo alle tende, poi andarsene calma calma a scherzare con quei bambini, mentre lui.... mentre lui....
Non voglio niente, Batouch, egli disse. Andate, andate.
Il poeta gli sgran gli occhi in viso con una superba sorpresa, poi mosse lentamente verso Uardi, raccogliendo il burnus con le sue larghe mani.
Androvsky guard di nuovo le due tende come un uomo guarda due nemici; poi, camminando lentamente, se ne and al poggetto di sabbia. Mentre vi si avvicinava vedeva di profilo il volto di Domina. Ella non poteva veder lui: i bambini arabi, vera allegria incarnata, le danzavano intorno coi piedini nudi, ridendo, scoprendo i denti bianchi e spalancando la bocca per prendere i confetti. Androvsky guard la donna che era cagione di quella gioia infantile, e vide in lei una profonda tristezza. Egli non aveva mai, mai veduto il volto di Domina a quel modo: era di solito bianco, ma ora la sua bianchezza era veramente marmorea. Ella mosse il capo, voltandosi per soddisfare una delle bocche spalancate, ed egli le vide gli occhi, senza lacrime, ma pi tristi che se fossero stati pieni di lacrime. Domina guardava quei bambini come una madre guarda i propri figlioletti senza padre. Egli non poteva (come avrebbe potuto?) capire il suo sguardo, ma quello sguardo gli scese al cuore. Si ferm a contemplare. Uno dei bambini lo vide, strill, accenn. Domina si guard intorno. Nel veder lui, ella sorrise, dispens gli ultimi confetti e gli mosse incontro.
Volevate me? ella disse quando gli fu accosto.
Le labbra di Androvsky tremavano.
S, egli disse, volevo voi.
Qualche cosa nella voce di suo marito parve farla sussultare, ma ella non aggiunse parola, e stette soltanto a guardarlo. I bambini, che le erano andati dietro, si affollavano intorno a loro, toccando loro le vesti, curiosamente.
Mandateli via, egli disse.
Ella scost i fanciulli, spingendoli delicatamente, additando il villaggio, e facendo loro vedere la scatola vuota. Con gran riluttanza essi finirono con l'andare verso il villaggio, voltando il capo per guardar Domina, con gli occhioni sgranati, fin che non furono a molta distanza; poi, rialzandosi il camicione, presero la rincorsa verso le loro case.
Domina, Domina, egli disse. Voi potete, voi potete divertirvi coi bambini.... oggi!
Oggi sentivo il bisogno di dare un po' di felicit, ella rispose, proprio oggi.
Oggi, quando.... quando a me.... a me voi preparate....
Ma dinanzi all'austero sguardo di Domina tutte le parole ch'egli aveva intenzione di dire, tutte le parole di furiosa protesta, gli morirono sulle labbra.
A me.... a me.... egli ripet.
Poi tacque.
Boris, ella disse, io voglio darvi una cosa, la cosa che voi avete perduta: io voglio rendervi la pace.
Voi non potrete mai.
Prover: anche se non posso, sapr che ho provato.
Voi non mi date.... voi non mi date la pace, ma una spada! egli disse.
Domina cap che Androvsky aveva veduto le due tende.
Talvolta una spada pu dar pace.
La pace della morte.
Boris, mio diletto, vi sono pi specie di morte. Cercate di confidare in me; lasciatemi agire come devo agire; lasciatemi provare a guidarvi.... provare soltanto.
Egli non disse altre parole.
Quella notte essi dormirono separati per la prima volta dopo il loro matrimonio.
...
Domina, dove mi conducete? Dove andiamo?
L'accampamento fu levato di nuovo ed essi cavalcarono nel deserto. Domina esit a rispondere alla domanda di lui, la quale era stata emessa con una specie di terrore.
Io non so niente, egli continu. Sono nelle vostre mani come un fanciullo. Questo non pu durare. Io devo sapere, devo capire: che cosa sar della nostra vita? Qual  il nostro futuro? Un uomo non pu....
Si ferm, poi disse:
Sento che avete gi preso una risoluzione; lo sento continuamente; pare che voi siate nella luce e io nelle tenebre, voi nella conoscenza e io nell'ignoranza. Voi, voi dovete dirmelo; io ho detto tutto, ora: dovete dirmelo.
Ma Domina esitava.
Ora no.... ella disse, non ancora.
Dobbiamo viaggiare giorno per giorno in questo modo, e io non devo sapere dove andiamo? Non posso, Domina.... non voglio!
Boris, ve lo dir.
Ma quando?
Volete confidare in me, Boris, pienamente?
Come?
Boris, ho pregato tanto per voi, che finalmente sento di poter agire per voi. Non  presunzione la mia: se poteste leggermi in cuore, vedreste che.... veramente io non credo che sarebbe possibile sentirsi pi umili di quel che io sia riguardo a voi.
Umili! Voi, Domina.... voi potete sentirvi umile quando pensate a me, quando siete con me?
S: voi avete cos tremendamente sofferto! Dio vi ha guidato; io sento ch'Egli  stato.... oh, io non so come dirlo con naturalezza, proprio come lo penso.... Egli  stato pi attento a voi che a qualunque altra creatura ch'io abbia mai conosciuta. Sento che v' un profondo significato nella Sua intenzione riguardo a voi, come se Egli non volesse lasciarvi in bala di voi stesso.
Egli mi lasci andare quando io abbandonai il monastero.
Non pu uno ritornare indietro?
Di nuovo una sensazione quasi di terrore assal Androvsky.... gli parve di dover combattere nel buio qualche cosa ch'egli non vedeva.
Ritornare indietro! esclam. Che cosa intendete di dire?
Ella vide l'espressione di terrore quasi furente nel volto di lui, e ci l'avvert di raffrenare il suo naturale impulso che la portava sempre a una gran franchezza.
Boris, voi fuggiste da Dio; ma non credete possibile di ritornar mai a Lui? Non avete voi fatto il primo passo? Non avete pregato?
Il viso di Androvsky cambi, si fece pi calmo.
Foste voi che mi diceste che io potevo pregare, egli rispose, quasi come un bambino, altrimenti io non avrei.... io non avrei osato di farlo: mi sarebbe parso d'insultare Dio.
Se vi affidaste a me per una tal cosa, non potete affidarvi a me anche adesso?
Ma, egli disse con inquietudine, ma ora si tratta di altro....  una questione materiale, una questione di vita giornaliera: io dovr sapere.
S.
E allora perch non potrei saperlo adesso? In qualsiasi momento io posso domandarlo a Batouch.
Batouch non ha i miei ordini che giorno per giorno: io ho una carta del deserto: me la procurai prima di lasciar Beni-Mora.
Qualche cosa, forse una lieve esitazione nella voce di Domina, proprio prima ch'ella pronunziasse quelle ultime parole, sorprese Androvsky. Egli si rigir sul cavallo e la guard fissamente.
Domina, disse, andiamo noi.... torniamo noi forse a Beni-Mora?
Ve lo dir stasera, ella replic a bassa voce. Lasciate che ve lo dica stasera.
Egli non insist; la guard bens a lungo, come tentando ardentemente di leggerle nel pensiero: ma non gli riusc. Il volto bianco di lei era calmo, ed ella cavalcava guardando direttamente innanzi a s come chi miri a una meta lontana a cui la sua anima viaggi insieme col corpo. V'era qualche cosa di mistico nel suo volto, nel suo sguardo diritto spinto in lontananza, qualche cosa che sicuramente penetrava oltre l'azzurra linea dell'orizzonte e giungeva fino a un mondo lontano. A qual mondo? Androvsky si rivolse quella domanda, ma niuna risposta venne; e abbass gli occhi. Una nuova e terribile tristezza scese su lui, una nuova sensazione di esser separato da Domina. Ella aveva disposto che i loro corpi fossero separati, ed egli aveva ceduto; ora non voleva ella che anche qualche altra cosa fosse separata? Poich, nonostante tutto, nonostante la sua condotta sleale verso di lei, egli l'aveva amata cos profondamente e pienamente, che tante volte aveva sentito, aveva osato sentire, che nella passione provata nel deserto le anime loro si erano fuse insieme. Quella di lui era nera, lo sapeva, e quella di lei era bianca: ma l'ardore e la profondit del loro amore non avevano vinto tutte le differenze, fatto un'anima sola delle loro due anime, come i loro due corpi erano stati uno solo? E ora non stava ella forse ritraendo tacitamente, sottilmente, la propria anima da quella di lui? Un senso di acuta disperazione, di estrema impotenza lo assal.
Domina! egli disse. Domina!
Che cosa volete, Boris? ella rispose.
E questa volta ella ritrasse lo sguardo dall'azzurra lontananza e guard Androvsky.
Domina, voi dovete fidare in me.
Egli pensava alle due tende discoste tra loro.
Domina, io ho sopportato una cosa in silenzio; non ho parlato, eppure avevo bisogno di parlare; tentai, ma non potei. Ho sopportato la mia punizione.... e voi non sapete, voi non saprete mai quel che provassi.... l'altra notte.... l'altra notte quando venimmo a questo. Ma v' una cosa che io non posso sopportare. Io ho vissuto nella menzogna con voi.... Il mio amore per voi mi soggiog, e caddi: ve l'ho gi detto che mancai. Ora, a cagione di questo, non fate, no, non fate, Domina, che il vostro cuore mi sia tolto interamente. Oh, non lo fate, Domina!
Ella ud un suono di disperazione nella sua voce.
Oh, Boris, ella disse, se sapeste! Non vi fu che un momento in cui pensai che il mio cuore potrebbe lasciarvi.... Ma quel pensiero pass immediatamente; e ora....
Ma.... egli interruppe, non sapete, non sapete voi che da quando.... da quando io vi parlai.... voi non mi avete.... non mi avete pi toccato?
S, lo so, ella rispose con calma.
Un animo disse allora ad Androvsky di tacere, di aspettare finch non venisse la notte e l'accampamento fosse di nuovo drizzato.
Riposarono nel meriggio per parecchie ore, poich era impossibile viaggiare nel calore del giorno. L'accampamento part un'ora prima di loro; non rimase indietro che Batouch per guidarli verso Ain-la-Hammam dove dovevano pernottare. Quando Batouch port i cavalli, disse:
Conosce la signora il significato di Ain-la-Hammam?
No, rispose Domina. Che cosa vuol dire?
La sorgente delle tortorelle, replic Batouch. Vi fui una volta con un viaggiatore inglese.
La sorgente delle tortorelle, ripet Domina.  un bel posto, Batouch? Dal nome parrebbe.
Ella non sapeva perch, ma desiderava che Ain-la-Hammam fosse un luogo sereno, calmo, un luogo da confortar lo spirito, e in cui Androvsky potesse essere indotto ad ascoltare senza ribellione, senza disperazione, ci ch'ella avrebbe da dirgli. Una volta egli aveva parlato contro l'influsso del luogo e sulla necessit di elevarsi al disopra di esso; ma Domina vi credeva, e aspettava quasi ansiosamente la risposta di Batouch. Come al solito, fu enigmatica.
La signora vedr, egli rispose. La signora vedr. Ma quel signore inglese....
Ebbene?
Ne era entusiasta. "Questo", egli mi disse "questo, Batouch,  un piccolo paradiso." E allora non v'era la luna, mentre stanotte vi sar la luna.
Paradiso! esclam Androvsky.
Balz sul suo cavallo e tir le redini. Domina non disse altro. Erano partiti tardi, ed arrivarono a notte ad Ain-la-Hammam. Mentre vi si avvicinavano, Domina spinse avidamente lo sguardo attraverso il chiarore caliginoso che fluttuava sulle sabbie. Ella non vide alcun villaggio, ma soltanto una piccolissima oasi di palme, e l presso la linea di un bordj. Quel posto era situato in una conca del Sahara; tutto intorno ad esso si alzavano bassi monticelli di sabbia, su due o tre dei quali si ergevano isolati alcuni ciuffi di palme. Qui gli occhi non spaziavano su vaste distanze: v'era poca suggestione d'immensit. Domina spinse il cavallo su uno dei monticelli e abbass lo sguardo. Ella ud la voce soave delle colombe che tubavano fra gli alberi. Le tende erano drizzate presso il bordj.
Che cosa ne pensa la signora? domand Batouch. La signora  del parere di quell'inglese?
 un posticino strano, ella rispose.
Ascoltava la voce delle colombe. Un cane abbai presso il bordj.
 quasi un nascondiglio, ella soggiunse.
Androvsky non disse nulla, ma anche lui guardava attentamente gli alberi sottostanti, anche lui ascoltava le voci delle colombe. Dopo un momento egli la guard.
Domina, mormor, qui.... non volete.... non volete lasciarvi toccar la mano da me.... qui?
Venite, Boris, ella rispose.  tardi.
Scesero cavalcando in Ain-la-Hammam.
Le tende erano state piantate tutte insieme l presso, a mezzogiorno del bordj, e separate da esso dalla minuscola oasi. Di faccia all'accampamento v'era un Caff Mauro della pi umile specie, un tugurio di terracotta e di frasche, con sedili di terra e una nicchia per il caff; v'erano accoccolati e raggruppati dinanzi cinque luridi uomini del deserto, i soli abitanti di Ain-la-Hammam. Subito prima di desinare, Domina diede un ordine a Batouch, e mentre desinavano Androvsky vide che la loro gente si affaccendava a smontar le due tende del riposo.
Che cosa fanno? egli domand a Domina, inquieto: nel suo stato presente tutto lo metteva in orgasmo; in ogni insolito atto egli discerneva il principio di qualche tragedia che poteva esulcerar la sua vita.
Ho detto a Batouch di trasportare le tende dall'altra parte del bordj, ella rispose.
S; ma perch?
Ho pensato che stanotte sar meglio che ci troviamo un po' pi soli di quel che non saremmo con le tende piantate dinanzi al Caff Mauro e fra i servi. Dall'altra parte vi sono invece le palme e l'acqua; e le colombe vi tubavano quando noi siamo entrati cavalcando. Dopo desinare potremo recarci l e starcene quieti.
Insieme?... egli disse.
Un'ansiosa luce gli era passata negli occhi; egli si protese verso Domina attraverso il tavolino e stese la mano.
S, insieme, ella rispose.
Ma non prese la sua mano.
Domina! egli esclam tenendo sempre la mano sulla tavola. Domina!
Un'espressione come di angoscia guizz sul volto di lei e spar, lasciandola calma.
Terminiamo, ella disse tranquillamente. Guardate: hanno piantato le tende. Fra un momento potremo andare.
Le colombe tacevano. La notte era placidissima in quel nido del Sahara. Uardi port loro il caff, e Batouch venne ad annunziare che le tende erano pronte.
Non ci occorre altro per stasera, Batouch, disse Domina. Non ci disturbate.
Batouch diede un'occhiata al Caff Mauro: una luce rossa brillava attraverso il basso vano della sua porta. Uno o due arabi vi si movevano dentro. Alcuni degli uomini dell'accampamento si erano uniti agli uomini accoccolati fuori. Un ronzio di voci giungeva alle tende.
Stanotte, signora, disse con orgoglio Batouch, io racconter alcune novelle delle Mille e una notte; racconter la novella del giovane Principe delle Indie, e la novella di Ganem, lo Schiavo d'Amore: non accade spesso che in Ain-la-Hammam un poeta....
Non accade davvero! Andate, andate da quella gente, Batouch: devono aspettarvi con ansia.
Batouch stese le labbra a un sorriso.
La signora comincia a capire gli arabi, riprese. La signora sar presto come gli arabi.
Andate, Batouch; guardate, siete aspettato con impazienza.
Ella addit gli uomini del deserto, che gesticolavano e fissavano le tende.
Meglio cos, signora, egli rispose. Quella gente sa ch'io sono qui soltanto per una notte, ed  avida di me come lo sciacallo  avido di cibo fra le gialle dune della sabbia.
Si butt sulla spalla il burnus, e mosse sorridendo e mormorando sdolcinatamente le prime parole della novella di Ganem, lo Schiavo d'Amore.
Andiamocene, Boris, disse Domina.
Egli si alz subito da tavola, e camminarono insieme attorno al bordj.
Nella sua parte posteriore non v'era segno di vita; nessun viaggiatore vi albergava quella notte, e la grossa porta che metteva nel cortile interno era chiusa e sbarrata; il custode era andato a unirsi agli arabi nel Caff Mauro. Tra l'ombra gettata dal bordj e l'ombra gettata dai palmizi stavano le due tende su una distesa di sabbia. L'oasi era racchiusa in un basso muro di terra, in cima al quale correva un arruffato riparo di frasche. In quel muro v'erano parecchie aperture; attraverso una di esse, di faccia alle tende, era visibile un profondo stagno di acqua ferma presso il quale crescevano alte canne, ora erette come spade, assolutamente immobili. Una rana gracidava da un luogo nascosto, emettendo una chiara e tersa nota cristallina che ricord a Domina la sua cavalcata nel deserto a Beni-Mora per veder sorgere la luna. In quella notte Androvsky le aveva detto che sarebbe partito: era stata quella la notte della terribile lotta di lui con se stesso. Quando egli aveva parlato, ella aveva provato la sensazione che tutto ci che l'aveva sostenuta nell'atmosfera di vita e di felicit fosse crollato. E ora.... ora ella avrebbe dovuto parlargli.... dirgli.... che cosa avrebbe dovuto dirgli? Ella pregava in silenzio che le fosse concessa la forza.
Nel chiaro cielo si profilava la luna nuova; sotto di essa, a sinistra, v'era, quasi come sua ancella, la stella di Venere. La debole luce della luna cadeva sull'acqua dello stagno; la rana continuava senza posa nel suo notturno.
Domina stette per un momento a guardar l'acqua, ascoltando. Poi guard di nuovo la luna e la stella solitaria. Androvsky le stava accanto.
Dobbiamo?... S.... sediamo sul muro dov' l'apertura, ella disse. L'acqua  bella, cos illuminata dall'alto; e le palme.... le palme sono belle specialmente di notte: io non amer mai altre piante come amo le palme.
E nemmeno io, egli rispose.
Sedettero sul muro. Dapprima non parlarono pi: la placidit dell'acqua, la quiete delle canne e delle palme non volevano parole; e la piccola nota cristallina che di tanto in tanto, a intervalli regolari, giungeva loro, era quasi una magica misurazione del silenzio della notte nel deserto. Finalmente Domina disse piano piano:
Udii questa nota la notte che uscii a cavallo da Beni-Mora per veder sorgere la luna nel deserto. Ve ne ricordate, Boris, di quella notte?
S, egli rispose.
Fissava lo stagno, voltandole in parte il viso, con una mano sul muro e l'altra sul ginocchio.
Voi foste intrepido quella notte, Boris.
Io.... volevo esserlo.... cercai di esserlo.... E se lo fossi stato.... Si ferm, indi riprese: Se fossi stato, Domina, veramente intrepido, se avessi fatto ci che in quella notte mi ero prefisso di fare, quali sarebbero oggi le nostre vite?
Non lo so. Ora non dobbiamo pensar pi a quella notte: dobbiamo pensare al futuro. Boris, non c' vita, non c' vera vita senza intrepidit: nessuno  degno di vivere, uomo o donna che sia, se non  intrepido.
Egli non disse nulla.
Boris, facciamo s, voi ed io, d'esser degni di vivere, questa notte e in futuro.
Datemi la vostra mano, allora, egli rispose. Datemela, Domina.
Ma ella non lo accontent, e riprese invece a parlare pi rapidamente.
Boris, non contate molto sulla mia forza: io non sono che una donna, e devo lottare; ho dovuto lottare pi di quel che forse voi non saprete mai. Voi non dovete.... non dovete rendermi pi difficili le cose; io tento, con molto sforzo.... di.... io.... Oh, Boris, voi non dovete toccarmi stanotte.
Domina si scost un po' pi da lui; un lieve soffio d'aria fece frusciare leggermente le foglie delle palme, ondeggiare per un momento le canne presso lo stagno. Androvsky appoggi di nuovo la mano sul muro da cui l'aveva alzata. Nella voce di lei v'era un suono di preghiera che gli dava la sensazione ch'ella gli parlasse sul cuore.
Dianzi vi ho detto che stasera sapreste dove andiamo.
Ditemelo ora.
Noi ritorniamo a Beni-Mora; non siamo adesso a gran distanza da Beni-Mora.... non a gran distanza.
Ritorniamo a Beni-Mora! egli ripet con voce cupa. Noi andiamo....
Si eresse, guardandola fissamente in volto.
Perch? egli disse; ed ora la sua voce era brusca, brusca dalla paura.
Boris, non vi sentite il bisogno di essere in pace, non con me, ma con Dio? Non volete sbarazzarvi della vostra oppressione che si accresce, io lo so, tutti i giorni?
Come posso fare? egli disse con sgomento.
Il solo modo non  la espiazione? Io credo che sia proprio quello.
La espiazione! Come.... come posso?... Io non potr mai espiare il mio peccato.
Non v' colpa che non possa essere espiata; Dio non manca di misericordia. Ritornate con me a Beni-Mora; ritornate con me a quella chiesetta dove fummo sposi. Voi non poteste confessarvi da padre Beret; mi par di capire perch. Dove voi vi sposaste, voi farete.... voi dovete fare.... la vostra confessione.
Al prete che.... al padre Roubier!
V'era una fiera protesta nella sua voce.
Non importa chi sia il sacerdote che ricever la vostra confessione; soltanto bisogna che la facciate l, nella chiesa di Beni-Mora dove mi sposaste.
Ecco il vostro intento! Ecco perch mi portate l. Io non posso, non voglio andarvi! Domina, pensate a quello che fate! Voi chiedete troppo!
Io sento che Dio richiede questo da voi; non date a Lui un rifiuto.
Non posso andare.... a Beni-Mora dove noi.... dove tutto ci ricorder....
Ah, non credete che io pure lo senta? Non credete che io ne soffra?
A quelle parole di Domina egli avvamp, pieg il capo sotto un opprimente peso di vergogna.
Ma le nostre vite.... egli balbett, ma dopo.... se io vo.... se fo la mia confessione.... che cosa sar.... dopo, dopo?
Non basta pensare a quell'unica cosa? Non  meglio deporre ogni altro, qualunque altro pensiero? Mi par cos chiaro che dobbiamo andare a Beni-Mora! Mi pare che mi sia stato detto come a un fanciullo  detto da suo padre di far qualche cosa.
Ella guard il cielo limpido.
Sono sicura che mi  stato detto, ella soggiunse, so che mi  stato detto.
Vi fu un lungo silenzio tra loro, e Androvsky sent di non poterlo rompere. Qualche cosa nel volto e nella voce di Domina quietava in lui lo spirito della ribellione, della protesta. Egli cominci a sentirsi esaurito, senza energia, come un malato trasportato a braccia in una lettiga guarda con occhi indifferenti il paesaggio che attraversa ed ha appena la forza di curarsi dove venga portato.
Domina, egli disse finalmente, e la sua voce son molto stanca, se voi dite che io devo andare a Beni-Mora, vi andr. Vi ho fatto un gran torto e.... e....
Non pensate pi a me, ella disse. Pensate, pensate come fo io a.... a.... Che cosa sono io? Io vi ho amato, vi amer sempre; ma sono, come siete voi, qui per poco tempo, e altrove per tutta l'eternit. Voi pur diceste.... a quell'uomo nel monastero.... che noi siamo ombre in un mondo di ombre.
Quella era una bugia, egli interruppe, senza pi stanchezza nella voce. Quando lo dissi, non avevo mai amato, non avevo amato voi.
O non era piuttosto una mezza verit? Non siamo noi forse ombre in paragone a ci che saremo? Non  questo mondo, perfino questo deserto, questo stagno con la luce che v' sopra, questo silenzio della notte intorno a noi, non  tutto questo un'ombra in paragone del mondo dove andiamo, voi ed io? Boris, io credo che se ora saremo intrepidi, ci ritroveremo insieme in quel mondo; ma se siamo codardi ora, credo, sono sicura che in quel mondo, nel vero mondo, noi saremo separati per sempre. Voi ed io, qualunque cosa possiamo essere, qualunque cosa possiamo aver fatto, siamo almeno credenti. Noi non pensiamo che questo sia tutto; se lo pensassimo, sarebbe una cosa diversa; ma non possiamo cambiare la verit che  nelle nostre anime, e perci noi dobbiamo vivere per essa, agire per essa. Non possiamo fare altro; almeno io non posso.... e voi? Non sentite, non sapete di non potere?
Stanotte, egli disse, io sento che non so niente; non so altro se non che soffro.
La sua voce si spezz in quelle ultime parole; nei suoi occhi brillavano le lacrime. Dopo un lungo silenzio egli disse:
Domina, conducetemi dove volete, sia pure a Beni-Mora: io verr. Ma.... ma.... dopo?
Dopo.... ella disse.
Si ferm.
La piccola nota della rana risonava incessante presso l'acqua immobile fra le canne. La luna era pi alta nel cielo.
Non pensiamo al dopo, Boris, disse finalmente Domina. Quel canto che noi udimmo insieme, quel canto che amiamo: "Solo il Creatore ed io, conosciamo il cuor mio", io l'odo ora spesso, quasi sempre; pare acquistar significato, pare.... Iddio sa ci che  nel vostro cuore e nel mio: provveder Lui al dopo. Forse nei nostri cuori Egli ha gi posto un segreto conoscimento della fine.
S? Ha Egli.... ha Egli posto questo conoscimento nel vostro cuore?
Silenzio, disse Domina.
E per quella notte non parlarono pi.
...
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...
Capitolo 3.
...
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...
La carovana di Domina e Androvsky lasciava Arba. Gi le tende e gli accompagnatori, coi cammelli e i muli, sfilavano lentamente lungo la pianura fra le eriche verso le montagne e l'ombra scura che indicava l'oasi di Beni-Mora. Era con essa Batouch: Domina e Androvsky sarebbero poi andati soli in quell'ultima tappa del loro viaggio nel deserto. Erano montati a cavallo dinanzi alla gran porta del bordj, avevano salutato lo sceicco di Arba, dispensato qualche moneta fra gli arabi cenciosi che li guardavano partire, e dato un ultimo sguardo dietro di s.
In quel simultaneo istintivo sguardo indietro, ambedue rivolgevano un silenzioso addio al deserto, che aveva albergato la loro passione, preso di certo parte alla gioia del loro amore, contemplato il dolore e il terrore in esso cresciuti e poi traboccati in Amara, e che adesso sussurrava loro un flebile e misterioso addio.
Per Domina il deserto aveva sempre avuto una grande e significativa personalit, una personalit che l'aveva persistentemente chiamata a s. Ora, mentre si voltava sul cavallo, ella sent di non esserne pi chiamata, come se la missione del deserto verso lei fosse adempiuta, come se la sua voce si fosse inabissata in un profondo e inalterato silenzio. Ella si domandava se anche Androvsky provasse quella sensazione, ma non glielo domand. Il volto di lui era pallido e austero; i suoi occhi spalancati guardavano lontano; le sue mani erano posate sul collo del cavallo come due cose stanche che non avessero pi la forza di afferrare e sostenere; le sue labbra erano lievemente dischiuse, ed ella udiva il rumore del suo respiro alzarsi e ricadere come il respiro di un uomo che  in preda a un combattimento interno. Quel respiro l'avvert di non mettere a prova le forze di lui, n le proprie.
Venite, Boris, ella disse, e nella sua voce non traspar affatto l'appassionata pena del suo cuore, non dobbiamo trattenerci, altrimenti non giungeremo che di notte a Beni-Mora.
Tanto meglio, egli disse. Di notte, nel cuor della notte.
I cavalli proseguivano lentamente, scendendo la collina su cui si ergeva il bordj.
Di notte, nel cuor della notte! egli ripet.
Domina non disse nulla. Essi cavalcavano nella pianura. Appena vi furono egli disse:
Domina, capite voi?... Comprendete voi?...
Che cosa, Boris? ella domand con calma.
Tutto quello che noi lasciamo oggi?
S, lo comprendo.
Lo lasceremo.... lo lasceremo per sempre?
Noi non dobbiamo pensare a questo.
Ma come  possibile? A che cos'altro dobbiamo pensare? C' qualcuno che possa governar la nostra mente?
Sicuro, se pu governare il cuore.
Tante volte, egli disse, tante volte io mi maraviglio....
Guard Domina; qualche cosa nel volto di lei gli rese impossibile di proseguire, di esprimere ci che aveva inteso di dire; ma ella cap la frase non terminata.
Se potete maravigliarvi, Boris, ella disse, voi non mi conoscete, voi non mi conoscete affatto.
Domina, egli disse, io non mi maraviglio; ma talvolta capisco la vostra energia, e tal'altra duro fatica a crederla umana, a crederla l'energia di una donna.
Ella alz lo scudiscio e accenn all'ombra cupa in lontananza.
Posso veder gi un po' la torre, ella disse. E voi?
Io non voglio guardare, rispose Androvsky. Non posso; se voi potete, vuol dire che siete pi forte di me. Quando mi ricordo che la prima volta che mi parlaste fu su quella torre!... Oh, Domina, se noi potessimo tornare indietro!  in poter vostro. Non avete che da tirar le redini, e.... e....
Io guardo la torre, ella disse, come una volta guardavo il deserto. Essa ci chiama, l'ombra dei palmizi ci chiama, come una volta ci chiamava il deserto.
Ma la voce.... era una voce diversa! Potete voi ascoltarla?
Io l'ho ascoltata da quando lasciammo Amara. S,  una voce diversa, ma noi dobbiamo obbedirle come obbedimmo alla voce del deserto. Non lo sentite voi pure?
Se lo sento  perch voi mi dite di farlo, perch voi mi dite che devo sentirlo.
Le parole di Androvsky parvero urtarla, ed una espressione di pena apparve sul volto di lei.
Boris, ella disse, non mi fate provare troppo terribilmente il dolore di essere entrata nella vostra vita. Quando parlate a questo modo mi par quasi che mi mettiate nel posto di.... di.... insomma, mi par quasi che dobbiate dipender da me per qualunque cosa che fate, come se la vostra volont fosse addormentata. Il deserto porta al sogno; questo lo so; ma noi, voi ed io, non dobbiamo sognar pi.
Voi chiamate un sogno la vita che vivemmo insieme, la nostra vita nel deserto?
Boris, io voglio dir soltanto che ora dobbiamo vivere energicamente, agire fortemente, che dobbiamo essere coraggiosi. Io ho sempre sentito che in voi vi era forza.
Forza! egli disse amaramente.
S; altrimenti io non avrei potuto mai amarvi. Non cercate di provarmi che avevo torto: io posso sopportare molte cose, ma codesto, io non mi sentirei di sopportarlo.
Dopo un momento egli rispose:
Cercher di far s che non dobbiate sopportar altro per me.
E alz gli occhi e li fiss sulla torre con una specie di rigida intensit, come chi guardi qualche cosa di crudele, di terribile.
Domina si accorse di quello sguardo.
Cavalchiamo un po' pi speditamente, ella disse. Stanotte dobbiamo essere a Beni-Mora.
Androvsky non disse nulla, ma spron il cavallo. I suoi occhi erano sempre fissi sulla torre, come se temessero di fermarsi sul deserto. Domina cap che quando egli aveva detto: "Cercher di far s che non dobbiate sopportar altro per me", quelle non erano state parole fatue. Egli si era risvegliato dall'egoismo della sua disperazione; era stato capace di veder pi chiaramente nel cuore di lei, di sentire pi equamente di prima, di provare ci che ella provava. Nel vederlo contemplar la torre, ella ebbe la sensazione che un vincolo, un nuovo vincolo li incatenasse insieme in una nuova via: non sarebbe esso un vincolo forte e durevole, che il futuro, qualunque cosa contenesse, non potrebbe mai spezzare? I nodi, i sacri nodi da cui erano stati legati insieme potevano allentarsi, dissolversi: eppure quella non sarebbe la fine. Ella vedeva, nello spinger lo sguardo nel folto delle palme di Beni-Mora, avvicinarsi un gran buio, un buio pi profondo di ogni cupezza di palme, di ogni cupezza di notte; ma ora ella vedeva altres un raggio di luce nel tenebrore: la luce di una nuova forza, l'albeggiare in Androvsky della rinunzia di se stesso. E risolvette di fissare gli occhi su di essa come egli fissava i suoi sulla torre.
Subito dopo il tramonto essi giunsero cavalcando in Beni-Mora prima della loro gente a cui erano passati innanzi. A destra v'erano gli alberi del giardino del conte Anteoni. Domina li sent, ma non vi volse lo sguardo; e cos fece Androvsky: ambedue tenevano gli occhi fissi in lontananza sulla strada bianca. Soltanto quando giunsero al grande albergo, ora chiuso e deserto, Domina vi rivolse lo sguardo: non poteva oltrepassar la torre senza vederla; ma la vide attraverso un velo di lacrime, e le sue mani tremarono sulle redini. Per un momento ella si sent abbattuta, come se ogni forza l'avesse abbandonata; ma giunsero alla statua del Cardinale che brandiva come un'arma la doppia croce verso il deserto. Ella la guard, e vide il Cristo.
Boris, ella mormor, ecco il Cristo. Non pensiamo ad altro stanotte.
Ella vide Boris fissarlo a lungo.
Vi ricordate, ella disse, in fondo al viale dei cipressi, a El-Largani, il Factus obediens usque ad mortem Crucis?
S, Domina.
Anche noi dobbiamo essere obbedienti. Siamo obbedienti noi pure!
Quando ella disse questo e lo guard, parve ad Androvsky di essere in ginocchio dinanzi a lei, come gi era stato in ginocchio nel giardino quando non gli era riuscito di partire. Ma egli sentiva altres che allora, bench l'avesse amata, egli non aveva saputo come doveva amarla; adesso ne era stato istruito da lei. La lezione gli scendeva nel cuore come una spada e come un balsamo; pareva che la medesima arme lo ferisse e lo risanasse.
Quella notte, mentre giaceva nella solitaria stanza dell'albergo, con la vetrata aperta sulla veranda, Domina ud la campana della chiesa squillare le ore e il suono distante dell'oboe affricano nella strada delle danzatrici: ella riudiva le due voci: quella dell'oboe era barbara e provocante, ma le parve che non fosse pi stridula di persistente trionfo; poi la campana della chiesa squill di nuovo.
Era la campana della chiesa di Beni-Mora, o la campana della cappella di El-Largani? O non era piuttosto la voce della grande religione a cui ella apparteneva, a cui Androvsky ritornava?
Quando lo squillo cess, ella mormor fra s "Factus obediens usque ad mortem Crucis." E con queste parole sulle labbra, verso l'alba, ella si addorment. Avevano pranzato al primo piano nella stanzetta che gi era stata il salottino di Domina, ed ella non aveva veduto il padre Roubier che andava sempre all'albergo per il suo pasto serale. La mattina, quando ebbero fatto colazione, Androvsky disse:
Domina, io vado; vado adesso.
Egli si alz e rimase fermo accanto a lei; sul suo volto vi era una specie di austerit, un'espressione di fermezza.
Dal padre Roubier, Boris? ella disse.
S; prima ch'io vada.... non volete.... non volete darmi la mano?
Domina cap tutta l'angoscia da cui lo spirito di lui era torturato, tutta la vergogna contro la quale egli stava combattendo. Ella anelava di balzare in piedi, di stringerlo nelle sue braccia, di confortarlo come soltanto la donna che ama ed  amata pu confortare un uomo, senza parole, solo con lo stringerlo al seno, col premere le sue labbra su quelle di lui, col far battere il proprio cuore sul suo. Ella anelava cos ardentemente di farlo, che si agitava irrequieta, alzando lo sguardo su lui con una luce negli occhi da lui mai veduta per l'innanzi, nemmeno quando guardavano lo spengersi del fuoco ad Arba.
Ma ci nonostante ella non alz la sua mano verso quella di lui.
Boris, ella disse, andate! Dio sar con voi.
Dopo un momento ella soggiunse:
E tutto il mio cuore.
Egli rimase fermo a lungo, come in attesa; Domina non si agitava pi e aveva distolto lo sguardo da lui. Nell'anima di Androvsky una voce diceva: "Se ella non ti tocca ora, non ti toccher pi mai." Ed aspettava: non poteva a meno di aspettare.
Boris, ella sussurr, a rivederci.
A rivederci?
Venite da me.... dopo. Venite con me nel giardino. Io sar l dove noi.... sar l ad aspettarvi.
Egli usc senz'altra parola.
Quando se ne fu andato, Domina corse sulla veranda e si affacci al parapetto. Ella vide uscire Androvsky di sotto il portico e attraversar lentamente la strada fino al cancellino del recinto dinanzi alla casa del prete. Mentre egli alzava le mani per aprire il cancello, Domina ud abbaiare e vide Bubb precipitarsi con una specie di seria attenzione che presto si cambi in festosa accoglienza quando l'animale riconobbe una vecchia conoscenza. Androvsky si abbass, sollev il canino, e tenendolo in braccio s'incammin alla porta di casa. Gli aprirono subito ed egli entr.
Allora Domina usc fuori per andare al giardino, evitando le strade del villaggio e prendendo una via traversa che rasentava il deserto. Camminava lesta. Anelava di essere all'ombra del giardino dietro il muro bianco. Mentre camminava non sentiva molto, non pensava molto; a sua insaputa, teneva saldamente a freno tutto il suo carattere, tutta se stessa. Ella non si guard intorno, non vide i sentieri che conducevano al deserto, n le mura delle case di Beni-Mora, n i palmizi: soltanto quando pass davanti all'albergo e al villaggio dei negri e volt a sinistra, nel viottolo in cima al quale stava la villa del conte Anteoni, ella alz gli occhi dal suolo e li pos sulla bianca arcata che spiccava nello smagliante azzurro del cielo senza nubi.
Allora si ferm di repente. Pareva che l'animo suo sfuggisse con impeto dal guinzaglio a cui ella lo aveva tenuto, per balzare innanzi, per ritrovarsi nel giardino e nel passato, nel passato con le sue passioni, le sue ardenti speranze, le sue splendide previsioni dell'avvenire, i santi desiderii di gioia e d'amore che avrebbero coronato la sua vita di donna, che le avrebbero insegnato tutta la profondit e l'altezza e la forza e la sommissione della sua femminilit. Indi, da quel passato, l'animo suo dovette adattarsi al presente. Il colpo era formidabile. V'era un brusio nei suoi orecchi, v'erano voci clamorose nel suo cuore; le tempie le martellavano, e a un tratto ella si sent debole come un fanciullo malato, e come se dovesse rimaner l stesa nella polvere della strada bianca nel sole, rimanere stesa e morire sul limitare del deserto che l'aveva trattata crudelmente, che aveva deluso tutte le speranze che le aveva date, e le aveva posto nel cuore quella terribile disperazione.
Perch ora ella conosceva un momento di estrema disperazione, in cui tutte le cose sembrava si dissolvessero in atomi e s'inabissassero fuori della sua vista. Ella stava tremante nel buio, sola, assolutamente sola, pi assolutamente sola di quel che non fosse mai stata altra donna, di quel che non fosse mai stato altro essere umano. Le sembrava ora, mentre la cupezza svaniva in una cosa scialba, come in un livido crepuscolo, di veder se stessa, la propria ombra, per cos dire, ferma in un paesaggio vasto come il deserto, senza compagnia, perduta, dimenticata, cancellata dalla mente, di spinger lo sguardo in qualche cosa che non venisse mai, di ascoltare una voce che non uscisse fuori dall'eterno silenzio.
Sarebbe stata ormai quella la sua vita, pens. Potrebbe ella affrontarla? Potrebbe sopportarla? Tutto in lei le disse che non potrebbe.
E allora, proprio allora, quando sent che ella doveva piegare e abbandonare la battaglia della vita, le parve di vedersi a fianco una forma, una piccola forma di bambino, che alzava la mano alla mano di lei.
Ed ella cap che il vasto paesaggio era il giardino di Dio, il Giardino di Allah, e che nessun giorno, nessuna notte poteva passare senza che Dio vi camminasse.
Udendo bussare al cancello principale del giardino, Smain si sgomitol dalla sua stuoia nella tenda, si alz adagio adagio, e, senza rumore, mosse languidamente ad aprire al visitatore. Domina era l fuori. Quando egli la vide, sorrise placido, senza sorpresa.
La signora  ritornata?
Domina gli sorrise, ma le sue labbra tremavano, ed ella non disse niente.
Smain la osserv con un'ombra di curiosit.
La signora  cambiata, disse finalmente. La signora pare stanca. Ora il sole nel deserto scotta: si sta meglio qui nel giardino.
Con uno sforzo ella si domin.
S, Smain, ella rispose, si sta meglio qui; ma io non posso rimanere a lungo.
Ve ne andate via?
S, me ne vado via.
Ella vide altre placide domande aleggiare sulle labbra di lui, e soggiunse:
Ed ora vorrei camminare un po' sola nel giardino.
Egli agit la mano verso gli alberi.
 tutto per la signora: il signor conte lo ha sempre detto. Ma.... e il signore?
 a Beni-Mora; fra poco verr a prendermi.
Poi svolt, s'incammin lentamente, attraverso il semicerchio di sabbia, fra gli alberi, e spar nella loro folta ombra. Ella riud gorgogliare le ascose cascatelle, e fu di nuovo accompagnata dal mistero di quel paradiso deserto, ma senza ch'egli mormorasse pi pace per lei: esso non sussurrava che della propria pace, e accentuava in lei l'angoscia e il combattimento: era tutto quello che era gi stato, ma tutto quello che ella era stata l dentro era cambiato. E Domina sent il pieno terrore della equanimit della Natura, che avvolge le inquiete e torturate vite degli uomini.
Mentre s'inoltrava nei pi profondi recessi del giardino, lungo i sentieri serpeggianti fra i ruscelli, ella non aveva alcuna sensazione di avvicinarsi alla nascosta dimora dei Geni del giardino. Eppure si ricordava acutamente di tutte le sensazioni gi provate in esso: nemmeno una era dimenticata, e tutte ritornavano a lei come spettri striscianti attraverso la sabbia, come spettri che si appiattassero tra i folti raggruppamenti degli alberi. Ella tentava di non vederne le pallide forme, di non udirne le terribili voci: tentava di trarre ancora una volta la calma da quella calma infinita delle cose tacitamente crescenti e respiranti nel sole; ma ad ogni passo il tormento del suo cuore si accresceva. Finalmente ella giunse all'ombra pi profonda e alla sabbia pi pallida, e la vide sotto i suoi piedi sparsa di aghi di pino. Allora si ferm e stette istintivamente ad aspettare un suono che avrebbe completato l'incanto del giardino e la propria disperazione. Ella stava in ascolto: sentiva perfino, stranamente, di desiderare quel suono.... il motivo amoroso del flauto di Larbi. Ma il flauto in quel giorno taceva. Era egli sazio di un vecchio amore, e non ne aveva ancor trovato uno nuovo? O forse se n'era andato? O era morto? Ella rimase l a lungo, pensando a Larbi: lui, il suo flauto e il suo amore erano mischiati con la vita di lei nel deserto, ed ella sentiva di non poter lasciare il deserto senza dar loro un addio.
Ma il silenzio continuava, e Domina, proseguendo, giunse alla stanza dei fumatori. Vi entr subito e si mise a sedere: avrebbe aspettato l Androvsky.
Oggi la sua mente vagava in modo strano. A un tratto ella si trov a ripensare alla fanatica rappresentazione religiosa da lei veduta con Ad la notte in cui era poi andata a cavalcar nel deserto per contemplarvi il sorgere della luna; vedeva di nuovo con la immaginazione i corpi contratti, le bocche schiumanti, gli occhi vitrei dei giovani preti del Sahara; vedeva i pugnali nei globi dei loro occhi, gli scorpioni infuriati scorrere loro sul collo, i carboni ardenti posati sotto le loro ascelle, i chiodi conficcati nel loro capo. Ella li udiva ringhiare alla vista del cristallo, come fiere dinanzi alla carne. E tutto questo era religione per loro: quella insania era la loro concezione del culto. Una voce sembrava mormorarle: "E la tua insania?"
Era come la voce che mormorava ad Androvsky nel cimitero di El-Largani: "Esci con me nel mondo, in quel bel mondo che Dio fece per gli uomini: perch lo ripudi?"
Per un momento Domina vide tutte le religioni, tutte le pratiche, tutte le rinunzie delle religioni del mondo, come svariate forme d'insania. Paragon il dispregio di se stesso del monaco alla feticcia adorazione del selvaggio; e sent serpeggiare in s un violento fremito di qualche cosa che era come gioia: la gioia che talvolta viene agli increduli quando stanno per commettere un atto che sentono contrario alla volont di Dio, se un Dio vi fosse; era un fremito di quasi insolente emancipazione umana. L'anima gridava: "Io non ho padrone; quando credevo di avere un padrone ero pazza; ora sono risanata."
Ma ci pass come era venuto, come una cosa falsa che non regge alla luce del sole; Domina pieg il capo nell'oscurit del ricetto in cui il conte Anteoni amava pensare, e ritorn subito e veramente se stessa. Quel momento poteva paragonarsi all'altro sulla torre, quando ella aveva veduto ballare per i soldati la danzatrice ebrea sul tetto sottostante, bruna macchia che per un momento ne aveva contaminato la bianchezza, poi dispersa da un vento purificatore. Domina cap ch'ella sarebbe sempre soggetta a simili momenti fin che avesse vita, che nel suo sangue vi sarebbe sempre qualche cosa che si ostinerebbe; altrimenti, non sarebbe gi in paradiso? Ella si mise a sedere e implor dal cielo la forza nel conflitto della vita, poich non potrebbe essere ormai pi che un conflitto.
Finalmente qualche cosa in se stessa le disse di alzare gli occhi, di guardare dal vano della finestra nel giardino. Ella non aveva udito passi, ma sapeva che Androvsky si avvicinava, e nell'alzare lo sguardo si prepar a una vista che sarebbe terribile. Si ricord del viso di lui quando era venuto per darle il saluto d'addio in quel giardino, ed ora paventava di veder quel viso: ma si propose in ogni modo di esser forte, per se stessa e per lui.
Egli le era vicino nel sentiero che conduceva a lei. Nel vederlo, Domina emise un piccolo grido e balz in piedi. Ella prov un'immensa sorpresa, subito seguita da un'immensa gioia, dalla pi grande gioia, a quanto le parve, da lei mai provata: poich vedeva un viso sul quale per la prima volta era un pallido albore di pace. In quel viso v'era tristezza, v'era come un sacro terrore, ma anche una luce di calma, come qualche cosa di cui  soffuso il volto degli uomini che sono morti in pace, senza agonia e senza paura. E Domina sent pienamente, nel vederlo, la gioia di aver resistito alla debolezza e di essersi aggrappata alla intrepidit. Subito dopo ella fu presa da un senso di sorpresa che in quel momento della loro vita lei e Androvsky fossero capaci di un sentimento di gioia, di pace. Quando la sorpresa pass, fu come se ella avesse veduto Dio e conoscesse per sempre il significato dei Suoi divini compensi.
Androvsky venne alla porta della stanza dei fumatori senza alzare lo sguardo, rimase l immobile, nel punto in cui era stato il conte Anteoni durante il suo primo colloquio con Domina, e disse:
Domina, sono stato dal prete; mi sono confessato.
S, ella disse, s, Boris!
Egli entr nella stanza e si mise a sedere accanto a lei, ma non proprio accosto, su uno dei divani. Ora l'aspetto triste del suo viso s'era approfondito, e la pace sembrava svanire. Domina aveva pensato all'alba, a quella pallida luce che va aumentando fino a divenir giorno: ora ella pens al crepuscolo che svanisce fino a divenir notte. Ed ella fu colpita dalla tremenda convinzione: "Sono io la turbatrice della sua pace; se non fosse per me, soltanto per me, egli potrebbe per sempre ritrovar la pace perduta."
Domina, egli disse alzando lo sguardo su lei, voi sapete il resto. Voi volevate che fosse cos quando noi lasciammo Amara.
V'era forse un'altra via? V'era qualche altra possibile vita per noi.... per voi.... per me?
Per voi! egli disse, e nella sua voce v'era un suono quasi di disperazione. Ma quale sar la vostra vita? Io non ho mai protetto voi: voi avete protetto me; io non sono mai stato forte per voi: voi siete stata forte per me. Ma lasciarvi.... lasciarvi sola, Domina.... devo io farlo? Posso pensarvi nel mondo.... sola?
Per un momento ella fu tentata di rompere il suo silenzio, di dirgli la verit, che forse non sarebbe sola, che un'altra vita scaturita dalle loro due vite era per venire a star con lei, era per venire a condividere la grande solitudine che le si stendeva dinanzi; ma resist alla tentazione e disse soltanto:
Non pensate a me, Boris.
Mi dite di non pensare a voi! egli esclam con sorpresa quasi violenta. Volete.... desiderate forse che io non pensi a voi?
Ci che io desidero.... conta cos poco; ma.... no, Boris, io non posso dirlo, non credo che potr mai veramente dire di desiderare che non pensiate pi a me. Poi alla fine, il cuore c' in noi tutti, e credo che se vale qualche cosa, debba essere spesso un cuore ribelle; e so che il mio  ribelle. Ma se non penserete tanto a me.... quando sarete laggi....
Ella tacque, e allora ambedue si guardarono scambievolmente in silenzio. Poi Domina continu:
Di certo, per voi sar molto meglio, molto pi salutare.
Androvsky punt la mano destra sul divano e si rigir per poterla veder bene in viso: gli occhi gli fiammeggiavano.
Domina, egli disse, voi siete sincera, e io sar sincero con voi: fino alla fine della mia vita io penser a voi.... ogni giorno, ogni ora. Se pensare a voi fosse peccato mortale, io lo commetterei.... s, Domina, volenterosamente, lo commetterei. Ma.... ma Dio non chiede tanto da noi; no, Dio non chiede tanto. Io mi sono confessato; so ora quel che devo fare.... e lo far. Voi avete ragione.... avete sempre ragione: voi siete ispirata, io lo so. Ma a voi io penser! E vi dir una cosa.... non rifuggite dall'udirla, perch  vera, perch  la verit dell'anima mia, e voi amate la verit. Domina....
A un tratto egli si alz dal divano e si mise dinanzi a lei, fissandola.
Domina, io non posso provar rammarico di avere incontrato voi, di essere stato unito a voi, di esserci scambievolmente amati, di amarci scambievolmente per sempre. Io non posso provarne rammarico, n mai tenter o desiderer di provarlo. Non posso provar rammarico di avere imparato da voi il significato della vita. So che Dio mi ha punito di ci che ho fatto. Nel mio amore per voi.... fino a che io non vi dissi la verit, quell'altra verit, io non ebbi mai un momento di pace.... Provai l'ebbrezza, s, l'ardente ebbrezza, mai per, mai un momento di pace: poich sempre, anche nei pi bei momenti, v'era per me l'angoscia. Capivo sempre che peccavo contro Dio e contro voi, contro me stesso e contro i miei eterni voti. Eppure ora io vi dico, Domina, come l'ho detto a Dio dopo che mi  stato possibile di pregare ancora, vi dico che Gli sono grato, riconoscente, di avervi potuto amare, di essere stato amato da voi.
Tacque un momento, indi riprese:
V' forse male in questo? Io non lo so, e poco mi curo di saperlo, poich  vero. E come posso io negare la verit, lottare contro la verit? Io sono come sono, e sono cos: Dio mi ha fatto cos; Dio mi perdoner se sono come sono. Io non ho paura, e credo.... oso credere che Egli desideri ch'io pensi a voi fino alla fine della mia vita; oso credere che quasi mi odierebbe se io potessi cessare di amarvi. Questa  l'altra mia confessione, la mia confessione a voi: io nacqui forse per esser frate, ma nacqui anche per potere amar voi, e conoscere il vostro amore, la vostra bellezza, il vostro affetto, la vostra anima divina. Se non avessi conosciuto voi, se fossi morto mentre ero monaco, un buon monaco che non avesse mai rinnegato i suoi voti, io sarei morto, lo sento, Domina, in una grande, in una terribile ignoranza; avrei conosciuto la bont di Dio, ma non avrei conosciuto mai un'altra parte, una bella parte della Sua bont, poich non avrei mai conosciuto la bont che Egli pose in voi. Egli ha insegnato a me per vostro mezzo; Egli mi ha torturato attraverso voi; s; ma attraverso voi ha fatto altres ch'io possa comprendere ci ch'Egli . Quando io stavo nel monastero, quando mi trovavo in pace, quando ero rapito nella preghiera, quando ero assolutamente puro, assolutamente, come almeno pensavo, figliuolo di Dio, io non conoscevo proprio bene Dio. Ora, Domina, ora io Lo conosco. Nei peggiori momenti della nuova angoscia a cui devo andare incontro, io avr almeno sempre questo aiuto: sentir almeno sempre che conosco ci che  Dio. Pensando a voi, ricordando voi, io potr sempre dire Dio  amore.
Tacque, ma il suo volto parl ancora a lei, i suoi occhi lessero negli occhi di lei; e in quel momento essi si compresero scambievolmente appieno.... e per sempre.
"Era scritto cos", pens Domina "era scritto da Dio!"
In lontananza la campana della chiesa squillava.
Boris, disse Domina con calma, oggi dobbiamo andar via, dobbiamo lasciar Beni-Mora: lo sapete?
S, lo so.
Egli spinse lo sguardo nel giardino; la risoluzione quasi fiera, che aveva in s qualche cosa di trionfo, svan.
S, egli disse, questa  la fine, la vera fine, poich.... l, tutto sar diverso.... sar terribile.
Sediamo qui un poco insieme, disse Domina, e siamo calmi.  come il giardino di El-Largani, Boris?
No; ma quando venni qui la prima volta, quando vidi le bianche mura, la grande porta, quando vidi gli arabi poveri l radunati per aver l'elemosina, mi parve quasi di essere a El-Largani. E per questo.... egli s'interruppe.
Capisco, Boris; capisco tutto, ora.
Poi tacquero. Un silenzio qual era il loro non poteva essere interpretato da altri; in esso dolori, aspirazioni, lotte, trionfi, rimpianti pieni di tortura, la coraggiosa determinazione della povera, grande, debole, nobile umanit, tutto era racchiuso come in uno scrigno, in uno scrigno che contiene molte specie di gioielli, ma non uno che non sia prezioso.
E il giardino ascoltava, e oltre il giardino ascoltava il deserto, quell'altro Giardino di Allah. E anche in quel giardino non v'era forse Allah che ascoltava il silenzio dei suoi figliuoli, l'ultimo reciproco loro silenzio nel giardino dove erano andati vagando, dove avevano amato, dove avevano imparato una grande lezione e si erano avvicinati a una grande vittoria?
Avrebbero potuto star seduti l per ore; non avevano pi alcuna nozione del tempo. Ma adesso, in lontananza, fra gli alberi, si alzava un agile e lieve suono che trafisse ad ambedue il cuore come un'arma sottile: era il flauto di Larbi, e ramment loro.... Che cosa non rammentava loro quel suono? Tutto il loro appassionato amore del corpo, tutta la frenesia, tutta la gioia della libert e della vita, della vita barbarica che  libert, tutta la loro peregrinazione nei grandi spazi del sole, furono riportati dinanzi a loro dal palpitante motivo sonato da Larbi che era come il richiamo di una sirena, il richiamo di un pericolo, il richiamo della terra e delle cose terrestri, che invitasse Domina e Androvsky ad abbandonare gl'incitamenti dello spirito. Domina si alz in fretta.
Venite, Boris, ella disse senza guardarlo.
Egli le obbed e fu subito in piedi.
Andiamo al muro, ella disse, e spingete ancora una volta lo sguardo nel deserto. Dev'essere quasi mezzogiorno. Forse.... forse udremo l'invito alla preghiera.
S'incamminarono pei viottoli tortuosi e giunsero in fondo al giardino: il suono del flauto di Larbi svaniva gradatamente nel silenzio. Ben presto si trovarono dinanzi le immense distese del Sahara inondate dallo splendore abbagliante della luce solare estiva. Essi rimasero a guardare al riparo di alcuni alberi da pepe. Non passavano carovane, non si vedevano arabi. Il deserto pareva vuoto, abbandonato, nudo, in bala del sole. Mentre stavano l, la voce nasale del muezzin si alz dal minareto della moschea di Beni-Mora, emise il suo grido ai quattro venti, tacque.
Boris, disse Domina, quello  per gli arabi.... ma anche per noi, poich noi apparteniamo al Giardino di Allah come loro, forse anche pi di loro.
S, Domina.
Ella si ricord che, molto tempo prima, il conte Anteoni era stato l con lei e aveva ripetuto le parole dell'angelo al Profeta; e ora ella le mormorava:
"O tu che sei coperto, sorgi e magnifica il Signore, purifica le vesti e dipartiti dall'impudicizia."
Poi, l'uno a fianco dell'altro, pregarono, guardando il deserto.
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Capitolo 4.
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La sera di quel giorno essi lasciarono Beni-Mora.
Domina desiderava di andarsene tranquillamente, ma conoscendo gli arabi, sapeva che sarebbe impossibile. Tuttavia, quando pag Batouch nell'albergo, e lo ringrazi di tutti i suoi servigi, ella disse:
Qui noi ci diremo addio, Batouch.
Il poeta dimostr grande sorpresa.
Ma io voglio accompagnare la signora alla stazione; io voglio....
Non  necessario.
Batouch parve offeso, ma rimase ostinato: la sua imponente persona quasi s'irrigid.
Se non vengo alla stazione, signora, che cosa penseranno Ad, e Al, e Uardi, e....
Ci sono anche loro?
Sicuro, signora; dove dovrebbero essere? Vorrebbe forse la signora lasciarci come un ladro di notte, o come....
No, no, Batouch; io sono molto grata a voi tutti, ma specialmente a voi.
Batouch cominci a sorridere.
La signora  entrata nei nostri cuori come non c' entrato mai nessun altro forestiero, egli osserv. La signora capisce gli arabi; verremo tutti a dirle a rivederci e ad augurare alla signora e al signore un felice viaggio.
In quel momento l'ironia della sua condizione colp Domina con tanta forza, che ella non pot dir nulla; guard soltanto Batouch, in silenzio.
Che cos'ha la signora? Ma lo so:  triste nel lasciare il deserto, Beni-Mora....
S, Batouch, sono triste nel lasciar Beni-Mora.
Ma la signora ritorner.
Chi lo sa?
Io lo so. Il deserto ha un fascino: chi ha veduto una volta il deserto deve tornare a vederlo. Il deserto chiama, e la sua voce  sempre ascoltata: la signora la udr quando ne sar ben distante, e un giorno o l'altro sentir: "Devo ritornare alla terra del sole, alla bella terra dell'oblio."
Vi vedr alla stazione, Batouch, disse Domina prontamente. A rivederci a poi.
Il treno per Tunisi partiva verso sera perch i viaggiatori potessero evitare l'intenso calore del giorno. In tutto il pomeriggio Androvsky e Domina non uscirono. Gli arabi dormivano nei loro tuguri bui, i giardini erano deserti. Domina non pot dormire. Ella si mise a sedere presso la finestra che dava sulla veranda, e disse un silenzioso addio alla vita, poich sentiva che le sfuggiva la vita, la vita con la sua intensit, il suo fiero significato. Ella era uscita da una specie di morte per trovar la vita in Beni-Mora, ed ora sentiva che ritornava indietro verso qualche cosa che sarebbe come morte. Dopo il suo sforzo, veniva un irrigidimento dello spirito, un pesante torpore. Il tempo passava ed ella se ne stava l senza muoversi, guardando i bauli gi pronti, i cartellini su cui era scritto "Tunisi, via Costantina", indi cercava d'immaginare che cosa sarebbe viaggiare nel treno dopo il lungo viaggiare nel deserto, e che cosa sarebbe trovarsi in una citt: ma non le riusciva. Il caldo era intenso e prostrava forse la mente attraverso il corpo: appena appena, come nel profondo della mente e del cuore, ella sapeva di desiderare, anzi di anelare di rendersi ragione di tutto ci che quelle ultime ore in Beni-Mora significavano, di raccogliere in esse tutti i fili della sua vita e delle sensazioni provate l, di contemplare come da un'altura la visione del cambiamento che si era operato in lei in Affrica; ma fu delusa.
Le ore fuggivano, ed ella rimaneva fredda, inerte: spesso le era anche difficile pensare a qualsiasi cosa. Quando il servo arabo entr per dirle che era tempo di andare alla stazione, ella si alz lentamente e lo guard come trasognata.
Gi l'ora? ella disse.
S, signora; ho avvertito anche il signore.
Benissimo.
In quel momento Androvsky entr nella stanza.
C' la carrozza, disse.
Le parve quasi che le parlasse un estraneo.
Son pronta, ella rispose.
E senza guardarsi intorno scese e mont in carrozza.
Giunsero alla stazione senza parlare. Domina non aveva veduto il padre Roubier. Androvsky prese i biglietti. Quando furono sul marciapiede, vi trovarono un piccolo stuolo di amici arabi capitanati da Batouch: fra loro vi erano i servi che li avevano accompagnati nel viaggio del deserto, e Ad. Ad si fece avanti sorridendo per darle la mano; quando Domina lo vide, si ricord d'Irena, e dimenticando che le regole vietano ogni domanda sulla parentela femminile di un arabo, ella disse:
Ah, Ad! Siete felice ora? Come sta Irena?
Ad chin il capo e una contrazione gli scopr i denti aguzzi; per un momento esit, guardando intorno a s gli altri arabi, poi disse:
Io sono sempre felice, signora.
Domina si accorse di aver commesso un errore; ella trasse dalla borsetta cinque franchi.
Un regalino di addio, disse.
Ad mand il capo all'indietro riprendendo la sua allegria, sporse il mento e rise. Domina si rigir, diede la mano a tutti i suoi bruni conoscenti e sal in treno seguita da Androvsky. Batouch balz sul montatoio mentre il conduttore chiudeva lo sportello.
Signora! egli esclam.
Che cosa c', Batouch?
Oggi avete fatto provar vergogna a Ad.
Sorrise grossolanamente.
Io? Come? Che cosa ho fatto?
Irena  a ballare a Onargla, lontano lontano nel deserto, oltre Amara.
Irena, ma....
Ella non poteva vivere rinchiusa in una stanza; non poteva rimaner velata per Ad.
Ma allora?
Hanno fatto divorzio, signora; qui  facile: con un franco si pu....
Il treno fischi, si scosse; Batouch le afferr la mano, afferr anche quella di Androvsky, salt sul marciapiede.
A rivederci, Batouch! A rivederci, Uardi! A rivederci, Smain!
Il treno si mosse; quando giunse alla fine del marciapiede, Domina vide una figura emaciata ergersi l, sola, un volto sparuto con due occhi scintillanti volti verso lei con una torva occhiata; era l'indovino: egli le sorrise, e il sorriso gli produsse una contrazione nella ferita del viso, rendendolo perverso e grottesco come il viso di un demonio. Ella si accasci sul sedile: per un momento, per un tremendo momento, le parve che quell'uomo personificasse Beni-Mora, che quel sorriso fosse l'addio di Beni-Mora a lei e ad Androvsky.
E Irena ballava a Onargla, lontano lontano nel deserto....
Domina si ricord della notte nella casa delle danze, dell'assalto d'Irena a Ad.
Quell'amore affricano aveva gi avuto fine. Tutto, tutto non doveva aver fine? Eppure Larbi, nel giardino del conte Anteoni, sonava ancora il suo flauto, sonava ancora il motivo che era come il ritornello dell'eterno rinnovarsi della vita; e dentro di s anche se stessa, s, anche lei recava il divino mistero del rinnovamento, nonostante la sua mente inerte, il suo cuore stanco: lei pure cooperava a far procedere il vessillo della vita.
Ella era giunta a Beni-Mora nell'ora del tramonto, e adesso, nell'ora del tramonto, ella lasciava quel luogo. Ma non si affacci al finestrino per guardare la pompa fiammeggiante dell'occaso: chiuse invece gli occhi, e lo ricord com'era stato in quella sera quando loro due, che ora viaggiavano per uscir dal deserto insieme, avevano viaggiato insieme verso di esso, estranei che non si erano mai scambiati una parola. E venne la sera, il treno s'insinu nella gola di El-Akbara, ed ella teneva ancora gli occhi chiusi. Soltanto quando si furono lasciati dietro il deserto, separato da loro dalla gran muraglia di rocce, Domina alz lo sguardo e parl ad Androvsky.
C'incontrammo qui, Boris, ella disse.
S, egli rispose, sul limitare dei deserto. Io non ritorner mai pi qui.
La notte si stese quasi subito intorno a loro.
...
Nella sera del giorno seguente essi giunsero a Tunisi e si fecero condurre in carrozza all'Albergo d'Oriente dove avevano gi scritto per fissar le camere per una notte. S'erano immaginati che la citt fosse quasi deserta dei suoi abitanti europei ora che era giunta l'estate, ma quando la carrozza si ferm alla porta dell'albergo il proprietario usc fuori per informarli che, a causa dell'arrivo di un bastimento pieno di americani che in comitiva darebbero "un'occhiata" a Tunisi dopo un'escursione in Oriente e in Terra Santa, gli era stato impossibile di tener per loro un salotto separato. Con molte scuse, egli spieg che era stato necessario cambiare in camere da letto tutti i salotti della casa, ma ci per una sola notte: la mattina dopo tutta la comitiva sarebbe partita, e la signora e suo marito potrebbero avere un bel salotto. Essi ascoltarono in silenzio spiegazioni e scuse, fermandosi nella stretta sala d'ingresso ingombra di bagagli.
Domattina, egli andava ripetendo, domattina tutto sar diverso.
Dobbiamo provare in un altro albergo? ella domand.
Se volete, rispose Androvsky, piano.
Sarebbe inutile, signora, disse il proprietario. Tutti gli alberghi sono pieni: negli altri non troverete nemmeno una camera.
Forse sar meglio rimaner qui, ella disse ad Androvsky.
Anche la sua voce era bassa e stanca; pareva che nel suo cuore qualche cosa dicesse: "Non lottar pi; tutto fin nel giardino: sei gi dinanzi alla fine."
Quando Domina fu sola nella sua angusta cameretta, piena dei rumori della strada, e si fu lavata e cambiata il vestito, cominci ad accorgersi quanto in cuor suo ella avesse fatto assegnamento su una serata da passar sola con Androvsky: aveva immaginato di desinar con lui nel loro salottino, indisturbati, di stare insieme con lui un'altr'ora o due, forse in silenzio, ma almeno soli: aveva immaginato un'ultima solitudine con lui col buio della notte affricana che li circondasse. Aveva fatto assegnamento su ci, ora lo capiva: tutto il suo cuore e tutta la sua anima avevano domandato questo, credendo che almeno questo sarebbe loro concesso. Ma non doveva esser cos: ella dovrebbe andar gi con lui tra la folla degli americani, dovrebbe.... il cuore le faceva male. Per un momento le parve che se avesse potuto avere quell'unica sera per starsene tranquillamente con l'uomo ch'ella amava, le sarebbe stato possibile di affrontar poi qualunque cosa, ma che se non aveva quella, si sarebbe abbattuta. E ne fu disperata.
In basso rison il gong. Domina non si mosse, bench lo udisse, bench sapesse che era il segnale del pranzo. Dopo qualche momento fu bussato alla porta.
Il pranzo  pronto, signora, disse in inglese una voce con forte accento straniero.
Domina and alla porta e l'apr.
Il signore  avvertito?
Il signore  gi nel vestibolo ad aspettare la signora.
Ella scese e trov Androvsky.
Pranzarono ad un tavolino in una stanza sfolgorante di luce elettrica in cui erano in moto i ventilatori. Presso a loro, a una smisurata tavola adorna di fiori, pranzavano gli escursionisti americani. Le donne avevano cappelli con lunghi veli pendenti, gli uomini erano ancora vestiti da viaggio. Erano tutti bruciati dal sole e molto allegri, e discorrevano e ridevano con intensa vivacit. Poi se ne andarono tutti in massa a veder le danze delle almee. Androvsky diede loro un'occhiata nell'entrare, indi volse altrove lo sguardo. Le rughe presso la sua bocca si approfondirono: per un momento egli chiuse gli occhi. Domina non gli parl, non si arrischi a parlargli. Avvolti dal clamore nasale dei gai forestieri, essi mangiavano in silenzio. Finito il breve pasto, si alzarono e uscirono nel vestibolo; attiguo a quello, a sinistra, v'era il salotto comune. Vi diedero un'occhiata e videro rossi sedili felpati, una gran tavola nel centro coperta da una confusione di giornali, un ebreo calvo che scriveva una lettera, e due vecchie signore tedesche con la berrettina che prendevano il caff e sferruzzavano.
Il deserto! sussurr Androvsky.
Si ritrasse improvvisamente dalla porta e usc nella strada; v'erano lunghe file di carrozze in attesa; egli fece cenno a un cocchiere, che si avanz col suo legno tirato da una pariglia di piccoli cavalli arabi. Fermato che si fu dinanzi all'albergo, Androvsky disse a Domina:
Volete montare, Domina?
Ella obbed. Androvsky ordin al cocchiere meticcio:
Conduceteci al Belvedere. Girate intorno al parco fin che non vi dica di tornare indietro.
L'uomo frust i cavalli e il loro passo rimbomb per l'ampia strada. Passarono dinanzi ai Caff splendenti di lumi, al Circolo Militare, al Palazzo del Residente, dove stavano alcuni zuavi; svoltarono a sinistra, e presto andarono a sboccare in una via in cui una linea tranviaria si stendeva fra ville, terreni incolti e distese di campi. Di faccia a loro si alzava una collina nereggiante di ciuffi di alberi. Vi giunsero e cominciarono a salirla lentamente. I lumi della citt brillavano sotto a loro. Domina vide grandi pendici erbose sparse di sentieri e di piante. Gli aromi di occulti fiori venivano a lei nella notte, ed ella udiva un ronzio d'insetti. Salirono ancora, e giunsero alla sommit della collina.
Basta! disse Androvsky al cocchiere.
Questi ferm i cavalli.
Aspettateci qui.
Androvsky scese.
Dobbiamo camminare un poco? egli disse a Domina.
S.... s....
Scese anche lei, e camminarono lentamente lungo la strada deserta. Sotto a loro ella vedeva le luci dei bastimenti che scivolavano sulle acque, gli occhi brillanti di un faro, i lumi lontani di villaggi sparsi lungo le rive, e, molto lontano, un bagliore giallo che dominava il mare oltre i laghi e sembrava vigilare pazientemente tutti coloro che andavano e venivano, i pellegrini che si recavano in Affrica o ne uscivano. Quel bagliore luccicava in Cartagine.
Dal mare giungeva a loro attraverso i pianori un venticello che aveva sapore di freschezza, di vita fredda e delicata.
Camminarono un poco senza parlare, poi Domina disse:
Dal cimitero di El-Largani voi spingevate lo sguardo qui, non  vero, Boris?
S, Domina, egli rispose. Fu allora che la voce mi parl.
Non riparler pi mai. Iddio non permetter che essa parli pi.
Come potete saperlo?
Noi siamo provati al fuoco, Boris, ma non siamo bruciati a morte.
Ella disse queste parole per se stessa, per rassicurare se stessa, per dare un conforto all'anima sua.
Stasera mi pare che non sia cos, egli rispose. Quando siamo giunti all'albergo pareva.... io pensavo che non potevo andar pi oltre.
E ora?
Ora non so nulla.... Non so altro se non che questa  la mia ultima notte con voi. E, Domina, ci mi sembra assolutamente incredibile, bench lo sappia. Io non posso immaginare il mio avvenire lontano da voi, una vita in cui non debba veder voi; sento quasi che nello staccarmi da voi io mi stacco da me stesso, come se ci che rimane non fosse pi un uomo, ma soltanto una spoglia mutilata. Posso io pregare senza voi, amare Dio senza voi?
Meglio senza me.
Ma posso io vivere senza voi, Domina? Posso svegliarmi giorno per giorno al sole, e sapere che non dovr rivedervi mai, e seguitare a vivere? Posso far questo? Forse, quando avr fatto la mia penitenza, Iddio avr misericordia di me.
Come, Boris?
Forse mi far morire.
Fermiamo tutti i pensieri dei nostri cuori nella vita in cui Egli pu farci ritrovar di nuovo insieme. Guardate, Boris: vi sono delle luci nel buio: vi saranno sempre delle luci.
A me non riesce vederle, egli disse.
Domina alz lo sguardo su lui e vide che le lacrime gli rigavano le gote. Ancora, in quell'ultima notte di compagnia, Dio le ingiungeva di esser forte per lui. Sul crine della collina, presso a loro, ella vide un tempio moresco di marmo, con stretti archi e colonne e sedili di marmo.
Sediamo qui per un momento, Boris, ella disse.
Egli la segu sui gradini di marmo; due o tre volte inciamp, ma ella non gli diede la mano; si sedettero tra le esili colonne e spinsero lo sguardo sulla citt le cui cupole e i minareti biancheggianti erano fiocamente visibili nella notte. Androvsky era scosso dai singhiozzi.
Come posso separarmi da voi? egli diceva con voce spezzata. Come devo fare? Come posso.... Come posso?... Perch mi fu dato questo amore per voi, questa cosa terribile, questo irrompere, questo fremere della carne e del cuore e dell'anima verso voi? Domina.... Domina.... che cosa significa tutto questo.... tutto questo mistero di tortura, questa flagellazione del corpo, questo dilaniamento della mia anima e della vostra? Domina, lo sapremo.... lo sapremo noi mai?
Io sono sicura che lo sapremo, che un giorno sapremo tutto il significato del mistero di pena; e allora forse, allora di certo, ciascuno di noi sar contento di aver sofferto: il soffrire former la gloria della nostra felicit. Anche ora, mentre io soffro, Boris, mi par che vi sia una specie di splendore, perfino una specie di nobilt in ci che io fo, come se io mettessi a prova l'anima mia, mettessi a prova la forza che Dio pose in me. Boris, fate che ambedue possiamo imparare a dire in tutto questo terrore: "Io sono invitto, io sono invincibile."
Io sento che potrei dirlo, che potrei essere invincibile, se soltanto.... potessi qualche volta vedervi, anche da lontano, come vedo adesso quelle luci.
Voi mi vedrete ogni giorno nelle vostre preghiere, e io vi vedr nelle mie.
Ma il grido del corpo, Domina, degli occhi, delle mani, il vedere, il toccare....  cos prepotente,  cos....  cos....
Lo so, lo sento anch'io, sempre; ma v' un'altra voce che sar forte quando la prima vanir nell'eterno silenzio. Nelle piccole cose corporee, anche nelle pi belle, vi  alcun che di limitato. Noi dobbiamo stendere le nostre povere, deboli e tremanti mani all'infinito. Io credo che chiunque  nato lo faccia per tutta la vita, talvolta senza esserne conscio. Noi due, voi ed io, lo faremo consciamente; potremo farlo, a motivo delle nostre atroci sofferenze: avremo bisogno di farlo, dovremo farlo; voi.... dove andate, ed io....
Dove sarete voi?
Non lo so, non lo so; adesso non voglio pensare al domani. In queste ultime poche ore.... in questi ultimi....
La sua voce si affievol e si spezz; indi a lei pure vennero le lacrime, e per un poco ella non pot vedere le luci lontane.
Poi ella riprese a parlare, e disse:
Boris, ora andiamocene.
Egli si alz senza una parola. Ricercarono la carrozza e si fecero ricondurre a Tunisi.
Giunti che furono all'albergo si trovarono in mezzo agli escursionisti americani che discutevano animatamente sulle danze vedute, e si facevano portare fresche bevande per estinguere la sete cagionata dal caldo delle chiuse stanze delle case orientali.
La mattina dopo di buon'ora una carrozza era alla porta. Quando Androvsky e Domina vi furono entrati, il cocchiere si guard intorno.
Dove condurr i signori?
Androvsky alz gli occhi su lui e non rispose.
A El-Largani, disse Domina.
Al monastero, signora?
S.
Egli fischiett allegramente ai suoi cavalli che trottando facevano tentennare i campanellini che avevano al collo in un lieto trillo, al sole che si stendeva sulla terra. Passarono avanti a soldati in marcia, e udirono la chiamata dei corni, il rullo dei tamburi; e ogni suono sembrava loro lontano, e sembrava loro che ogni figura si movesse a gran distanza. Quel mondo dell'Affrica, spiccante fieramente nell'aria limpida sotto il cielo terso, era per ambedue non reale, era incerto come una terra settentrionale ammantata in una nebbia d'autunno. Intorno a loro v'era il fantastico, dentro di loro v'era la realt. Erano seduti a fianco, senza parlare: per loro le parole erano ormai inutili: che altro avevano essi da dire? Tutto e nulla. L'intero corso di una vita non sarebbe stato sufficiente per parlarsi reciprocamente dei loro pensieri, per parlarsi delle loro emozioni, di tutto quel che v'era nella loro mente e nel loro cuore mentre la carrozza li conduceva dalla citt al monastero che si ergeva sulla collina. Tuttavia ci che essi facevano quella mattina non diceva tutto quel che occorreva dire? Il silenzio dei Trappisti aleggiava di certo fino a loro nelle pianure e nelle pallide acque degli amari laghi, e li teneva silenziosi.
Ma i campanellini dei cavalli tintinnavano allegramente, e il cocchiere, che a momenti riporterebbe Domina sola a Tunisi, fischiava e cantava sul suo alto sedile....
Giunsero a una gran croce di legno, che si ergeva su un piedistallo di pietra presso la strada maestra al limitare di un boschetto di olivi: essa segnava il principio del dominio di El-Largani. Quando Domina la vide, guard Androvsky, e gli occhi di lui risposero alla sua tacita domanda. Il cocchiere frust i cavalli facendoli trottare come se avesse furia di giungere a destinazione: pensava al buon vino rosso dei frati. La carrozza, avvolta in una nuvola di polvere, correva fra le vigne in cui di tanto in tanto lavoravano gli agricoltori riparati dal sole da immensi cappelli di paglia. Una lunga fila di carri carichi di barili e tirati da muli pieni di bubboli, riparati dal sole con delle foglie, veniva verso di loro. Domina vide in lontananza selve di eucalitti. A un tratto le parve di scorgere Androvsky uscir di fra quegli alberi nella bianca strada, aiutato da un uomo pallido e che mal si reggeva in piedi, ma sul viso del quale erano i segni di una violenta passione piena di gioia: il forestiero il cui influsso lo aveva tratto dal monastero nel mondo. Domina abbass il capo e si nascose il viso tra le mani, pregando, invocando con ogni sua forza il coraggio in quel supremo momento della sua vita; ma quasi subito la preghiera mor sulle sue labbra e nel suo cuore, e senza volerlo ella ripet le parole della Imitazione:
"L'amore veglia, e anche dormendo  vigilante. Affaticato non si stanca, inceppato non si raffrena, minacciato non si turba, ma, come fiaccola vivace e ardente, guizza in alto, e va oltre sicuro. Chiunque ama conosce il grido di quella voce."
Di nuovo ella ripet le parole "va oltre sicuro.... va oltre sicuro." Ora, finalmente, ella stava per conoscere la gran verit di quelle parole da lei amate quando era stata felice, alle quali adesso si aggrappava, come un bambino si aggrappa alla mano di suo padre.
La carrozza svolt a destra, prosegu un poco, si ferm.
Domina alz il viso gi nascosto tra le mani. Ella vide dinanzi a s una gran porta spalancata, sormontata da una statua della Madonna col Bambino, ai cui lati erano due angeli con spade e stelle: di sotto era scritto:
JANUA COELI.
Pi oltre, attraverso il vano della porta, ella vide uno spazio aperto su cui batteva il sole, tre palmizi, e una seconda porta chiusa. Sopra quella seconda porta era scritto:
QUI LE DONNE NON ENTRANO.
Mentre ella guardava, il viso di un vecchissimo frate con una lunga barba bianca apparve placidamente nella chiazza del sole e scomparve.
Il cocchiere si volt.
Scendete qui, egli disse con voce allegra. La signora si tratterr nel parlatorio a destra della prima porta, ma il signore pu andare avanti, nella foresteria, laggi.
Accenn con la frusta e volse loro le spalle.
Domina se ne stava immobile. Le sue labbra si movevano ancora una volta ripetendo le parole della Imitazione. Androvsky si alz da sedere, scese pesantemente di carrozza, e vi rimase accosto. Il cocchiere era occupato ad accendere un lungo sigaro. Androvsky si protese verso Domina, tenendo le braccia sulla carrozza, e la guard con occhi senza lacrime.
Domina, sussurr finalmente, Domina!
Allora ella si volse a lui, si abbass verso di lui, gli pose le mani sulle spalle e gli guard il volto a lungo, come se cercasse di vederlo in quell'istante per tutti gli anni che forse verrebbero. Anche gli occhi di lei erano asciutti.
Finalmente si protese lei pure, si pieg e tocc la fronte di lui con le labbra.
Non disse niente. Le sue mani ridiscesero dalle spalle di Androvsky; poi ella volse da un'altra parte il viso, e le sue labbra si mossero di nuovo.
Allora Androvsky infil lentamente il portone del monastero, attravers la chiazza di sole, alz le mani e son il campanello della seconda porta.
Riconducetemi a Tunisi, vi prego, fece Domina.
Ma, signora! disse il cocchiere.
Riconducetemi a Tunisi!
La signora non pu entrare, ma il signore....
Riconducetemi a Tunisi!
Qualche cosa nella voce che gli parlava sbigott il cocchiere. Egli esit un momento, diede da cassetta un'occhiata a Domina, poi, borbottando un'imprecazione, volt i cavalli e men furiosamente la frusta.
...
"L'amore veglia, e anche dormendo  vigilante. Affaticato.... non si.... stanca...."
Le labbra di Domina non si movevano pi. Ella non poteva parlar pi, non poteva nemmeno pregare senza parole.
Tuttavia, in quel momento, ella non si sent sola.
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Capitolo 5.
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Nel giardino del conte Anteoni, che  ora passato in altre mani, pu vedersi spesso ruzzare un fanciullino; esso  allegro, come in generale sono i bambini, e talvolta  birichino e, per puro trastullo, distrugge le piramidi di sabbia inalzate dai giardinieri arabi sui viottoli fra le colline, o strappa i petali dei gerani e li disperde alla brezza che soffia fra gli alberi; ma quando il flauto di Larbi lo chiama, egli accorre ad ascoltare, siede ai piedi di quell'eterno innamorato, contempla i suoi grossi diti scorrere sui pertugi dello strumento, e allora il suo visino diventa serio e sognante come se fissasse cose remote, o rimirasse il pallido incanto dei miraggi sorgere misteriosamente dalle distese soleggiate delle sabbie per tornare a vanire, senza lasciar traccia di s.
Soltanto un altro canto egli ama pi della palpitante melodia di Larbi.
Talvolta, quando il crepuscolo cade sul Sahara, sua madre lo chiama a s, al bianco muro dove ella siede sotto un grande olivo.
Ascolta, Boris, ella sussurra.
Il fanciullino le si arrampica sui ginocchi, nasconde il viso sul seno di lei e obbedisce: un arabo passa l sotto nel sentiero del deserto, canterellando mentre va al suo tugurio nell'oasi:
"Solo il Creatore ed io
Conosciamo il cuor mio."
Egli canta la canzone dei liberi negri. Quando la sua voce  svanita, la madre mette in terra il bambino;  tempo di andare a letto, e v' l Smain per accompagnarlo alla villa bianca dov'egli dormir placidamente fino alla mattina.
Ma la madre rimane sola presso il muro fin che non cade la notte e il deserto non sia nascosto.
"Solo il Creatore ed io, Conosciamo il cuor mio."
Ella sussurra fra s le parole; il vento freddo della notte soffia sulle immense distese del Sahara, e le sfiora la gota ricordandole il vento che, in Arba, portava il fuoco verso di lei mentre ella sedeva sotto la tenda, ricordandole gli splendidi giorni di libert, l'ardore che veniva all'anima sua come fuoco nel deserto.
Ma ella non si ribella.
Poich sempre, quando cade la sera, ella vede genuflesso un uomo che una volta rifugg dalla preghiera nel deserto, ella vede un viandante pervenuto finalmente al suo asilo.
...
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FINE.